Nile – Annihilation of the Wicked (2005)

Mi ricordo bene quando ho comprato questo disco. L’ho comprato a Milano quando uscì, ormai 12 anni fa. Fu un incontro fortuito e mi aprì nuovi orizzonti musicali. Prima dei Nile non avevo mai ascoltato brutal death, fu un’ulteriore dose di violenza per le mie povere orecchie. Ma passiamo alla recensione vera e propria: praticamente i Nile in questo disco fanno ciò che vogliono e ciò che riesce meglio ai quattro (o tre o cinque) ragazzi statunitensi. Le partiture degli strumenti sono pressochè impossibili da reggere per un musicista medio, sicuramente la batteria ne è l’esempio più fulgido ma anche le corde sono messe a dura prova. I riff si susseguono vorticosamente, le armonie ricercatissime sono facilmente memorizzabili e non si ripetono mai all’interno del disco. La velocità è sicuramente il comune denominatore delle tracce, ma c’è anche una buona dose di rallentamenti che, se da un lato facilita l’ascolto, dall’altro aumenta la pesantezza delle composizioni. I brani sono di due tipi: le sfuriate da 4 minuti e le suite da 8-9 minuti. I Nile riescono bene in entrambi i versanti e quando riescono a mischiarli abbiamo raggiunto il massimo possibile. Definire questo disco come tecnico è poco, secondo me. Qui c’è una ricerca sonora che va oltre il tecnicismo fine a se stesso, tutto è cesellato a puntino per far soffrire l’ascoltatore, ma anche godere. Le soluzioni proposte dal gruppo sono tante e tutte valide. Pensiamo anche solo alle voci utilizzate: c’è il buon Dallas con il suo growl molto personale ma anche abbastanza canonico e poi c’è Karl Sanders, con una specie di mummia che sprigiona versetti maleodoranti e catacombali.

Trovo che questo disco sia il più completo del gruppo, magari con meno hit (se di hit si può parlare nel brutal death metal) rispetto al precedente ma sicuramente su un ottimo livello complessivo. Non ci sono cali di tensione neanche nelle tracce più lunghe, e questo è un fatto. Pochi gruppi, soprattutto nel campo estremo, possono creare un lotto di canzoni così valide e non rimanerne paralizzati. Solo i migliori, penso ad esempio agli Immolation o ai nostrani Hour of Penance. Buoni anche i testi: si tratta in sostanza di lunghe maledizioni e litanie influenzate dal mondo dell’antico Egitto, vera passione per Sanders. Nota a parte, nel disco sono comprese brevi descrizioni track-by-track scritte dallo stesso Sanders sulle fasi di composizione o ispirazione di ciascun brano.

In definitiva un ottimo disco, buona la produzione e superba prestazione dei membri del gruppo. Solo per i palati più esigenti, ovviamente.

Voto: 8

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