Katatonia – Dead End Kings (2012)

Eccoci! Finalmente giungo a parlare di questo disco, disco che ha veramente segnato come pochi la mia “carriera” musicale. Mi ero affiancato ai Katatonia con Brave Murder Day anni e anni fa, giravo ancora con un lettore CD che ormai credo sia polvere ed avevo masterizzato le tracce di quell’album ormai epico. Persi per qualche anno, tornano sui nostri schermi: in breve sono diventati il mio gruppo preferito ed anche quello che ho ascoltato di più, le statistiche di Last.fm parlano chiare. Sarà stato il periodo, sarà stata la loro bravura, ma da questo disco mi hanno sempre più affascinato. Intendiamoci, questo non è un ottimo disco. Non è un capolavoro, oggettivamente parlando, ma soggettivamente lo è. Potete tranquillamente farne a meno, potete tornare ad ascoltare i Vader e state tranquilli lo stesso. Per me non è così. Neanche per il cazzo, proprio. Lo sto ascoltando proprio ora, mentre scrivo queste poche righe, e mi ricordo le precise sensazioni del primo ascolto. Conosco a memoria ogni singolo passaggio, riconosco addirittura le linee di basso, ogni armonizzazione delle chitarre, ogni tasto pigiato sul pianoforte. Le emozioni scatenate dai ragazzi sono forti, e non per tutti. La vena melodica-malinconica-melanconica è forte e pervade nell’animo a lungo, anche quando il CD finisce e si passa ad altro. La bravura dei nostri svedesini è sicuramente questa, riscontrata in pochi altri gruppi, perlomeno per me, e lo hanno sistematicamente segnalato in ogni fatica discografica, fin dagli esordi. Loro prendono dei sentimenti, delle emozioni, e li traslano in musica, perfettamente. Se siete sintonizzati su quelle frequenze siete sistemati, viceversa ne rimarrete annoiati. Sembra semplice ma non lo è. Ve lo dico anche da musicista, non lo è. E poi c’è Lei. C’è la più bella canzone dei Katatonia di sempre. The Racing Heart. Magnifica. Ho il testo scritto a mano da Renske ed ogni volta che lo guardo mi fa strano. Abbiamo parlato poco di musica suonata finora: cosa ci presentano i ragazzi? Un dark-rock secondo me, quindi poco metal ma più atmosfera. Voce pulita, qualche chitarra distorta, strutture comunque semplici e facilmente assimilabili. Poco a che fare col doom degli esordi (neanche tanto doom secondo me) ma in linea con le precedenti tre uscite discografiche. Curatissimo, produzione molto buona, arrangiamenti ottimi, tutto fila liscio. Cosa c’è che non va insomma? Direi che l’unico difetto del disco è qualche momento vuoto sparso, niente di imperdonabile insomma, si tratta comunque di tracce che difficilmente saranno ricordate tra 20 anni. Ma The Racing Heart no, non toccatemela.

Voto: 7,5

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