Cannibal Corpse – A Skeletal Domain (2014)

Scrivi Cannibal Corpse e leggi sicurezza. Mi sono accostato al quintetto di Buffalo piuttosto tardi, solo recentemente, prima non li ho mai apprezzati in pieno, e sinceramente non so spiegarmi il perchè. Alla fine sono uno dei 3/4 gruppi più importanti del genere, impossibile negarlo. Hanno venduto parecchi dischi, avevano toccato i due milioni complessivi qualche anno fa; qualche sconvolgimento in line-up (vedi il cambio di cantante tra Barnes e Giorgino Corpsegrinder), una serie di dischi considerati classici del genere, insomma, tutto questo per godersi la sana pensione bevendo birra in lattina nel portico di casa. E invece no. Lasciate perdere tutto, si continua a suonare. Si continuano a scrivere canzoni e soprattutto si va in tour, estenuanti tour di cento date in tutto il mondo. Su Setlist sono quasi a quota 2000 concerti in quasi 30 anni di attività, è un numero enorme. Si potrebbe anche giocare col fattore nostalgia, fare sempre le solite canzoni, rimasterizzare i primi album, tour di glorificazione, reunion, ospitate in televisione, cose così. E invece no 2. Noi siamo i Cannibal Corpse e portiamo avanti il nostro Verbo indefessamente.

Ma veniamo a noi. Il platter in questione è composto da 12 tracce, più o meno tutte di ottimo livello. Emergono Sadistic Embodiment e Kill or Become, secondo me, sapientemente riproposte live, ma ciascuno avrà le sue preferite immagino. Sono canzoni innanzitutto scritte bene, con il cuore, la tecnica e la passione, il che non guasta. Ciascuno fa la sua parte. C’è il solito, cavernoso, growl di Corpsegrinder sugli scudi ovviamente. C’è la chitarra tecnica di O’Brien, autore di ottimi soli. C’è Alex Webster che, come al solito, spiega al mondo come si suona il basso, anzi, il Basso. Signori, che artista. C’è l’altro chitarrista, Rob Barrett, che anche qui fa il suo, solido e preciso come acciaio. Veniamo alla batteria, dove siede il sig. Mazurkiewicz: qui il discorso si complica. Non è scarso, ci mancherebbe, ma secondo me non è neanche il top dei batteristi brutal. Eppure, sempre secondo me, il suo livello aiuta il gruppo a scrivere canzoni vere e non sbrodolate di note come tanti altri. Ve li immaginate con Kollias? Ve lo immaginate a fare a gara a chi ce l’ha più lungo? Meglio così. Il vero valore aggiunto è dunque la batteria, insomma. Concludiamo, che è ora di cena: questo album è un ottimo album, le canzoni filano, se le facessero tutte ad un concerto nessuno piangerebbe o bestemmierebbe, possono stare vicino ai mostri sacri del gruppo senza sfigurare. Mi è piaciuta molto la produzione, in crescendo rispetto al precedente. I testi? Sinceramente non li ho letti, ma quando ti accorgi che qualcuno sta dicendo “Fire up the chainsaw” non può che andare bene. Bravi ragazzi, vi aspettiamo al prossimo!

Voto: 8

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