Six Feet Under @ Live With Full Force (Full Concert)

E’ il momento di qualcosa di nuovo: le recensioni ai video YouTube!

Sì, perchè nella mia esperienza alcuni video sono significativi quanto i dischi, e questo video è uno di questi. Innanzitutto: i Six Feet Under non sono tra i miei gruppi preferiti, proprio per niente. Questo video mi ha fatto ricredere e lo riguardo ogni tanto, così, per divertimento. Sì, perchè il death metal, soprattutto certo death metal, è soprattutto divertimento. Questo video ne è la conferma: il gruppo si diverte, il pubblico si diverte, tutto a posto insomma. Forti di una scaletta importante, i quattro ragazzi inanellano una serie di canzoni di un certo spessore per un 40 minuti di ottimo livello. Si vede che il gruppo è ben organizzato, non ci sono vuoti nè riempitivi. Le canzoni sono quanto di più ignorante ci possa essere nel death metal: i riff sono scontati e banalissimi eppure dannatamente efficaci. Audio buono e soprattutto buona presenza scenica del frontman, il signor Barnes, ex vocalist dei ben più tecnici Cannibal Corpse. Qui tutto è in funzione del divertimento, come premettevo, e ce ne accorgiamo durante le inquadrature della folla: tutti saltano, esaltati, urlano, rispondono alle provocazioni (“Scream motherfucker!”), un delirio insomma. Uno di quei concerti a cui avrei voluto partecipare.

Un video da tramandare ai posteri, per far capire di cosa stiamo parlando quando parliamo di death metal, per parafrasare il buon Carver. Questa è proprio la base.

Voto: 8

Katatonia – The Fall of Hearts (2016)

I Katatonia sono dal 2012 il mio gruppo preferito. Da Dead End Kings in poi, recensito su queste pagine, non ho mai passato troppo tempo senza ascoltare qualche loro brano o CD intero. La grandezza di questa band non è sotto gli occhi di tutti, purtroppo. La loro bravura compositiva, accompagnata da un ottimo livello tecnico, li rende grandi con qualsiasi materiale abbiano tra le mani. Le liriche, gli arrangiamenti, l’emotività sono solo alcuni tratti da prendere in esame quando si approccia una loro composizione. Passiamo ora all’analisi vera e propria del disco in oggetto. 13 brani, vi assicuro, non sono pochi, sia dal punto di vista compositivo, sia dal punto di vista dell’ascolto. Bisogna mettersi lì e perdere un po’ di tempo per rendersi conto del caleidoscopio di situazioni musicali. Ho volutamente inserito il tag Progressive Rock perchè di questo si tratta. Le composizioni sono mediamente lunghe ed articolate, tanto da rendere difficile l’approccio sul breve periodo. Forse si salva solo Decima, la composizione più immediata e meno complessa. Il resto del disco è un susseguirsi di momenti differenti, giocati sul piano, sulla chitarra elettrica o acustica, sulle vocals di Renske mai così bravo ad esprimersi in ogni frangente. Spiegarvi in poche righe la bravura del combo svedese è davvero difficile, quindi l’unica cosa che vi posso dire è: ascoltate questo disco. Divertitevi a scoprire il vostro momento preferito, il vostro passaggio preferito, fatevi avvolgere dall’ottima prova compositiva, superlativa.

Non so però che voto dare a questo disco. Se vi coinvolge completamente, è un disco da 10. Se non vi coinvolge siamo sul 3. Non vi resta che ascoltarlo e darvi da soli il giudizio. Io mi rimetto.

Voto: SV

Dark Tranquillity – Atoma (2016)

Ed eccoci all’ultima fatica degli svedesoni! Chiariamoci subito, questo disco mi ha accompagnato in auto per parecchio tempo, è probabilmente il loro disco che ho ascoltato di più in assoluto ed onestamente non me ne pento. I ragazzi sanno il fatto loro e dove non arriva l’intuizione ci pensa il mestiere. L’esperienza. Questo è un disco di grande esperienza: non ci sono sperimentazioni di sorta ma un lotto di canzoni, più o meno riuscite, nella tradizione ultima dei DT. Possiamo dividere il disco in due parti, a mio parere: fino a The Pitiless e dopo The Pitiless. Le canzoni “prima” sono mediamente buone, diciamo da 8, le canzoni “dopo” sono meno buone ma comunque costanti, diciamo da 7. Il voto che vedete sotto è la media matematica, niente di più. Passiamo ora ad un’analisi più approfondita della musica, che è poi il motivo per cui siamo qui. Il death metal melodico del quintetto è il classico suono alla Dark Tranquillity ma, ribadisco, senza sperimentazioni ulteriori. Siamo bravi a fare questo, proseguiamo senza perdere troppo tempo. Non è un disco eclatante, non è un The Gallery per intenderci, ma non suona stantio o troppo di maniera. Non è ignorante, ma d’altronde i ragazzi non ci hanno mai dato questa impressione, nemmeno agli esordi. Non sono i Dismember e lo sanno bene. La parte più positiva è l’arrangiamento dei brani. Da non sottovalutare la prova dei singoli, con Stanne sugli scudi. La sua voce, sia in pulito sia in distorto, è sicuramente un marchio di fabbrica della band. Non a caso le canzoni con la doppia voce, Forward Momentum ed Atoma, sono tra le migliori. “Gli esce la personalità” direbbe qualcuno, e non posso che essere d’accordo.

Concludiamo. Questo disco è un buon disco, non vedo cali di tono eccessivi. Non vedo neanche un diamante, sia chiaro, ma vedo cinque professionisti all’opera su una materia che conoscono, che hanno creato insieme a pochi altri e che portano avanti ormai da decenni. Attendiamo il prossimo!

Voto: 7,5

Antimatter – Leaving Eden (2007)

Premetto: questo non è un disco per tutti. E’ un disco pieno di malinconia e, sinceramente, non me la sento di consigliarvelo a cuor leggero. Fate le vostre valutazioni e poi abbandonatevi alla musica.

Perso Duncan Patterson, un passato negli Anathema, eccoci al punto cruciale: cosa fare di questa band? Mick Moss, cantante, chitarrista e compositore, ha le idee chiare e ce le dimostra in queste nove canzoni. Anche qui, fare un track-by-track sarebbe superfluo e dannoso perchè il disco va concepito come un unicum di sensazioni e umore tali per cui un ascolto spezzettato sarebbe dannoso alla fruizione. Fate conto di stare male, molto male: questo disco ve lo spiega meglio di come voi lo possiate fare a parole. In questo Mick Moss è maestro, secondo me, riuscire a convertire in musica emozioni forti e spesso poco considerate. Va da sè che se vi piacciono i Gamma Ray questo disco vi farà schifo, pietà e pena. Ci mancherebbe, è vostro diritto.

La musica proposta dal simpatico redhead britannico è un dark rock dalle tinte fosche e talvolta metalliche, complici chitarre distorte ma mai troppo. I tempi sono blandi, le liriche sono un altro punto a favore, intelligenti e ben congeniate, ben sistemate sul pentagramma, conseguenza anche di una voce personale e profonda. I musicisti coinvolti fanno il loro lavoro; vorrei sottolineare la bellezza e la linearità degli assoli chitarristici. Un altro elemento da considerare è la chitarra acustica, elemento di spicco in vari passaggi, fino a canzoni intere.

In conclusione: un album da ascoltare al buio, senza paura. Coinvolgente ed emozionante come pochi.

Voto: 8

Anaal Nathrakh – In the Constellation of the Black Widow (2009)

Un cazzo di casino. Basta così, dai, basta, davvero. E invece. Mezz’oretta di delirio, in barba alle leggi del music business. Sono due ma sembrano almeno sedici.

La musica proposta dal duo britannico è strana, ma vi basterà ascoltarla una volta per comprendere. C’è di base il black metal, alla Dark Funeral per intenderci. C’è anche del death metal, soprattutto nelle ritmiche di chitarra. C’è un’attitudine punk-vaffanculo che ci piace. Non ci sono neanche scritti i testi nel libretto e vi sfido a capire più di qualche parola. C’è anche del thrash metal, ogni tanto. C’è pure il grind-core, vicino a qualcosa dei mai troppo osannati Nasum. Insomma, detta così sembra un casino totale, non si capisce più niente, chi fa cosa e soprattutto perchè, e invece no, c’è una logica, per quanto ferale ed assassina, ma pur sempre logica. Logica nello scrivere canzoni dirette, veloci, senza fronzoli, anche accattivanti se vogliamo, se si può parlare in questi termini di tutta questa violenza sonora. Io non so chi è il batterista ma si fa un culo quadro, gli stacchi sono semplicemente spettacolari e le ritmiche sono precise e crude. Il resto è ben fuori dai canoni: ci sono anche delle voci pulite, pensa te.

Musica così sperimentale deve essere soppesata per bene, la porcheria è dietro l’angolo, e gli scaffali ne sono pieni. Invece qui abbiamo un prodotto solido, coeso, sincero ed assassino. L’ho taggato black metal per comodità ma c’è davvero tanto altro, e vi invito a scoprirlo ascolto dopo ascolto.

Voto: 8

Cannibal Corpse – A Skeletal Domain (2014)

Scrivi Cannibal Corpse e leggi sicurezza. Mi sono accostato al quintetto di Buffalo piuttosto tardi, solo recentemente, prima non li ho mai apprezzati in pieno, e sinceramente non so spiegarmi il perchè. Alla fine sono uno dei 3/4 gruppi più importanti del genere, impossibile negarlo. Hanno venduto parecchi dischi, avevano toccato i due milioni complessivi qualche anno fa; qualche sconvolgimento in line-up (vedi il cambio di cantante tra Barnes e Giorgino Corpsegrinder), una serie di dischi considerati classici del genere, insomma, tutto questo per godersi la sana pensione bevendo birra in lattina nel portico di casa. E invece no. Lasciate perdere tutto, si continua a suonare. Si continuano a scrivere canzoni e soprattutto si va in tour, estenuanti tour di cento date in tutto il mondo. Su Setlist sono quasi a quota 2000 concerti in quasi 30 anni di attività, è un numero enorme. Si potrebbe anche giocare col fattore nostalgia, fare sempre le solite canzoni, rimasterizzare i primi album, tour di glorificazione, reunion, ospitate in televisione, cose così. E invece no 2. Noi siamo i Cannibal Corpse e portiamo avanti il nostro Verbo indefessamente.

Ma veniamo a noi. Il platter in questione è composto da 12 tracce, più o meno tutte di ottimo livello. Emergono Sadistic Embodiment e Kill or Become, secondo me, sapientemente riproposte live, ma ciascuno avrà le sue preferite immagino. Sono canzoni innanzitutto scritte bene, con il cuore, la tecnica e la passione, il che non guasta. Ciascuno fa la sua parte. C’è il solito, cavernoso, growl di Corpsegrinder sugli scudi ovviamente. C’è la chitarra tecnica di O’Brien, autore di ottimi soli. C’è Alex Webster che, come al solito, spiega al mondo come si suona il basso, anzi, il Basso. Signori, che artista. C’è l’altro chitarrista, Rob Barrett, che anche qui fa il suo, solido e preciso come acciaio. Veniamo alla batteria, dove siede il sig. Mazurkiewicz: qui il discorso si complica. Non è scarso, ci mancherebbe, ma secondo me non è neanche il top dei batteristi brutal. Eppure, sempre secondo me, il suo livello aiuta il gruppo a scrivere canzoni vere e non sbrodolate di note come tanti altri. Ve li immaginate con Kollias? Ve lo immaginate a fare a gara a chi ce l’ha più lungo? Meglio così. Il vero valore aggiunto è dunque la batteria, insomma. Concludiamo, che è ora di cena: questo album è un ottimo album, le canzoni filano, se le facessero tutte ad un concerto nessuno piangerebbe o bestemmierebbe, possono stare vicino ai mostri sacri del gruppo senza sfigurare. Mi è piaciuta molto la produzione, in crescendo rispetto al precedente. I testi? Sinceramente non li ho letti, ma quando ti accorgi che qualcuno sta dicendo “Fire up the chainsaw” non può che andare bene. Bravi ragazzi, vi aspettiamo al prossimo!

Voto: 8

Katatonia – Dead End Kings (2012)

Eccoci! Finalmente giungo a parlare di questo disco, disco che ha veramente segnato come pochi la mia “carriera” musicale. Mi ero affiancato ai Katatonia con Brave Murder Day anni e anni fa, giravo ancora con un lettore CD che ormai credo sia polvere ed avevo masterizzato le tracce di quell’album ormai epico. Persi per qualche anno, tornano sui nostri schermi: in breve sono diventati il mio gruppo preferito ed anche quello che ho ascoltato di più, le statistiche di Last.fm parlano chiare. Sarà stato il periodo, sarà stata la loro bravura, ma da questo disco mi hanno sempre più affascinato. Intendiamoci, questo non è un ottimo disco. Non è un capolavoro, oggettivamente parlando, ma soggettivamente lo è. Potete tranquillamente farne a meno, potete tornare ad ascoltare i Vader e state tranquilli lo stesso. Per me non è così. Neanche per il cazzo, proprio. Lo sto ascoltando proprio ora, mentre scrivo queste poche righe, e mi ricordo le precise sensazioni del primo ascolto. Conosco a memoria ogni singolo passaggio, riconosco addirittura le linee di basso, ogni armonizzazione delle chitarre, ogni tasto pigiato sul pianoforte. Le emozioni scatenate dai ragazzi sono forti, e non per tutti. La vena melodica-malinconica-melanconica è forte e pervade nell’animo a lungo, anche quando il CD finisce e si passa ad altro. La bravura dei nostri svedesini è sicuramente questa, riscontrata in pochi altri gruppi, perlomeno per me, e lo hanno sistematicamente segnalato in ogni fatica discografica, fin dagli esordi. Loro prendono dei sentimenti, delle emozioni, e li traslano in musica, perfettamente. Se siete sintonizzati su quelle frequenze siete sistemati, viceversa ne rimarrete annoiati. Sembra semplice ma non lo è. Ve lo dico anche da musicista, non lo è. E poi c’è Lei. C’è la più bella canzone dei Katatonia di sempre. The Racing Heart. Magnifica. Ho il testo scritto a mano da Renske ed ogni volta che lo guardo mi fa strano. Abbiamo parlato poco di musica suonata finora: cosa ci presentano i ragazzi? Un dark-rock secondo me, quindi poco metal ma più atmosfera. Voce pulita, qualche chitarra distorta, strutture comunque semplici e facilmente assimilabili. Poco a che fare col doom degli esordi (neanche tanto doom secondo me) ma in linea con le precedenti tre uscite discografiche. Curatissimo, produzione molto buona, arrangiamenti ottimi, tutto fila liscio. Cosa c’è che non va insomma? Direi che l’unico difetto del disco è qualche momento vuoto sparso, niente di imperdonabile insomma, si tratta comunque di tracce che difficilmente saranno ricordate tra 20 anni. Ma The Racing Heart no, non toccatemela.

Voto: 7,5