Emperor – Anthems to the Welkin at Dusk (1997)

Ed eccoci di fronte ad un altro capolavoro. Questo, per me, è sicuramente il miglior disco black metal di sempre. C’è poco da fare, nessun altro gruppo, mai, è riuscito a raggiungere queste vette compositive, nè penso qualcuno lo farà in futuro, perlomeno nel medio periodo. Cosa abbiamo qui? Abbiamo la Magia nera nella sua più alta declinazione, abbiamo il talento puro e geniale, la freddezza norvegese, la brutalità feroce del serial killer, la lucidità incapsulata nelle tracce che, una dopo l’altra, scorrono veloci come il vento. Non c’è un attimo di pausa, non c’è un passaggio a vuoto, non c’è una traccia così così, sono tutte stupende creature, una sola delle quali potrebbe fare la fortuna di chiunque altro. Inchiniamoci al cospetto dei norvegesi e rendiamo grazie. Onestamente non so cos’altro aggiungere, penso che chiunque abbia il coraggio di dire “io ascolto metal” dovrebbe possedere questo CD o vinile o quello che vi pare. Ci si mette lì in cameretta e lo si ascolta, almeno una volta all’anno, così, giusto per capire cosa vuol dire saper suonare e saper creare arte. Sì, perchè questa è arte, e chiunque dica il contrario può andare a darsi fuoco. Le chitarre sono la parte più evidente, le armonie costruite dai nostri sono sempre sopraffine, oltre il concepibile umano, le partiture sono assolutamente geniali in ogni aspetto. Poi c’è la voce, pulita e scream, e qui Ihsahn ha poco da invidiare a chiunque altro. Potente, gelida, evocativa, maligna. Le tastiere sono semplicemente perfette, così come le frequenti orchestrazioni: aggiungono un ulteriore livello alle chitarre, assicurando magniloquenza al tutto. La sezione ritmica è da scuola della musica, senza se e senza ma. Questo disco fa male, perchè se avete una band non arriverete mai a queste vette. Fa male davvero sapere che per almeno 20/30 anni nessuno arriverà mai qui sopra, nessuno potrà guardare questo disco dall’alto. Questa è la massima espressione dell’arte norvegese, il resto sono cazzate per ragazzini.

Basta così per oggi, mi chiudo nel silenzio. Un silenzio conscio di aver imparato qualcosa, oggi, grazie agli Emperor.

Voto: 10

Hour of Penance – Cast The First Stone (2017)

Seguo gli HoP dal fortunato The Vile Conception e mi sono sempre piaciuti, disco più disco meno, ma sicuramente sempre coerenti e concreti. Con questo sigillo a mio avviso siamo ad una svolta stilistica piuttosto imponente nel muro sonoro eretto dai romani. In questo disco a mio avviso le composizioni sono più lineari e meno terremotanti, più facili da assimilare e da canticchiare in macchina. Sì, perchè il bello del brutal death è proprio questo, canticchiare in macchina. Con questo non sto cercando di mandare in vacca il post, ma di dare una spiegazione a chi non capisce questa musica così estrema e brutale. Partiamo da un dato di fatto: questa è musica difficile da suonare. Provate voi a ripetere le partiture di uno strumento qualsiasi, voce inclusa, e poi ne parliamo. L’obiettivo dei nostri ragazzi è dunque quello di rendere accessibile la propria musica senza elucubrare troppo su quale scala impossibile utilizzare o quale pattern di batteria infilare dopo quattro minuti di mattanza sonora. Non stiamo parlando dei Meshuggah in questo caso, con tutte le differenze del caso. Stiamo parlando sempre e comunque di quattro ragazzi che si trovano in sala prove e pestano duro, ciascuno mette il proprio e poi si vede come va. Le precedenti due prove del combo romano non mi avevano convinto del tutto, ed anche questo disco a mio modesto avviso non emerge troppo in una scena dove gli americani la fanno un po’ da padroni. Vedi l’ultimo disco degli Immolation, pensiamo anche ai Gorguts (sono canadesi ma sticazzi), per non parlare delle ultime splendide prove dei Cannibal Corpse. Manca forse un pizzico in più di personalità, cosa che aveva reso grande The Vile Conception. Ribadisco, queste sono le mie impressioni e valgono ben poco. Io comunque sto dalla loro parte e li supporterò sempre, perchè gruppi così fanno bene alla scena. La musica è ben scritta ed egregiamente eseguita, la produzione è ottima ed intelleggibile, il Pieri si è ampiamente ambientato e questo è un bene per tutti. Che dire? Avanti così, manca davvero poco per la definitiva consacrazione.

Voto: 7,5

Dark Funeral – Where Shadows Forever Reign (2016)

I Dark Funeral sono bravi ragazzi. Da oltre 20 anni portano avanti il loro black metal, Satana, 666, croci rovesciate e tutto il resto, quindi può essere interessante come discorso. Alla fine Lord Ahriman ci crede davvero in tutta questa roba, mettiamoci quella macchina da guerra di Dominator alle pelli e siamo sistemati. Però c’è un però. Questo album non è brutto, ma secondo me è un album di maniera, un album di genere. Cerchiamo di capire. Nasci a Stoccolma, fa un freddo cane tutto l’anno, non puoi fare altro che stare in sala prove con gli amici a bere birrette ed a parlare di Satana. All’epoca, primi anni ’90, il black metal era una cosa seria. La gente, soprattutto in Norvegia, bruciava le chiese e si lanciava in lunghe faide, qualcuno è pure morto male. La Svezia non era da meno, ma forse più intelligente. Poca cronaca nera, parla la musica. All’epoca il black metal andava pure di moda, tra il 1990 e il 1994 è uscito di tutto e di più, i DF appartengono alla generazione successiva. Attenzione, non sono dei copioni, hanno il loro stile e proseguono sul solco tracciato già da tempo, e ne è dimostrazione questo album. Queste canzoni suonano Dark Funeral al 100%, le melodie deviate ci sono, il blast beat c’è, le liriche sono praticamente sempre quelle. Ci sono i rallentamenti, sempre di scuola Dark Funeral, c’è tutto il repertorio al servizio della forma-canzone. Le strutture sono tendenzialmente semplici e collaudate, le canzoni sono ben congeniate e sicuramente live faranno una buona figura vicino ai classici della band. Ma non ci spingiamo oltre in fase di valutazione. Purtroppo manca il fattore WHOA e questo si sente, si avverte secondo dopo secondo: manca davvero quell’afflato anticosmico, quella verve sperimentale che tanto ci hanno fatto amare altri dischi del black metal. Dischi così fanno bene perchè avvicinano i ragazzini alla materia oscura, per noi ragazzi di ieri un po’ meno, perlomeno io la penso così.

Io spero che i Dark Funeral abbiano ancora vita lunga e cartucce da sparare, nel nome del sacro verbo nero. Per ora però, sufficienza e poco di più.

Voto: 6,5

Paradise Lost – Faith Divides Us – Death Unites Us (2009)

Avevo ascoltato qualcosa dei Paradise Lost, ma con poca attenzione. Uscito questo album, ho poi approfondito la discografia e seguito il gruppo fino ad oggi. Mi sono avvicinato a questo disco senza preconcetti, quindi senza aver ascoltato il diretto precedente.

Questo è un ottimo disco. Lo dico davvero, anche dopo 8 anni dall’uscita. Cerchiamo di spiegare meglio: canzoni, sound, composizione, voce. Tutto è ben fatto e, soprattutto, tutto è fatto con il cuore e la passione. La band ha parecchia esperienza, ha vissuto un passato glorioso e ha scritto pagine di questo genere, eccoli dunque alla prova del 9. Innanzitutto colpisce la voce di Holmes (seguitelo su Twitter assolutamente). Un vocalist di spessore, ultimamente un po’ in difficoltà nei live ma su disco emerge la professionalità ed il carisma: riesce a cambiare timbro a seconda della canzone che ha tra le mani e regala sfumature differenti ai vari passaggi musicali. Sfiora il growl ad esempio in Frailty, accompagnando le chitarre terremotanti, si ammorbidisce nella title-track ed in altri momenti. Questo non è poco e non è da tutti, uno strumento al servizio del brano.

Colpiscono le chitarre: possiamo dire che, tecnicamente parlando, è un album molto semplice da eseguire, non ci sono virtuosismi. Io stesso potrei mettermi lì e suonarlo dalla prima all’ultima nota, pur non essendo Petrucci. Eppure. Eppure le linee sonore sono sempre intelleggibili e convincenti, dall’inizio alla fine, senza risultare ostiche, i numerosi assoli sparsi qua e là sono la prova di come si possa fare musica originale senza strafare negli arrangiamenti. La formula dei 4/5 accordi è vincente, vedi il ritornello della title-track: niente di più facile, eppure dannatamente efficace. Le chitarre a 7 corde danno una profondità maggiore alle composizioni, insomma un buon utilizzo di questo strumento oggi inflazionato soprattutto fra i ragazzini del -core. Non abbiamo parlato del basso: qui c’è un uso sapiente dello strumento. Sei Steve DiGiorgio? No? Allora stai buono e fai il tuo compito senza creare altri problemi. Il basso serve a dare profondità alle chitarre, non a farsi i cazzi suoi, chiariamo questo concetto. Sezione ritmica promossa con lode.

Serve altro? Non mi sembra. Io, se fossi in voi, lo ascolterei.

Voto: 8

Adam Nergal Darski – Confessioni di un eretico

Cosa ci fa un libro su un blog musicale? Semplice, io amo leggere. Ho letto qualche libro musicale finora e ho deciso di darne recensione su questo spazio.

Nergal è un personaggio carismatico prima di tutto. Mente e braccio dei Behemoth, porta da anni in giro per il mondo il suo verbo nero. Ora, non voglio stare a giudicare la sua opera musicale, ne avremo tempo e spazio nelle varie recensioni, limitiamoci all’oggetto del post. Il libro si configura come una lunga intervista divisa in capitoli dove Nergal risponde approfonditamente e senza veli su tanti temi. Il tema musicale, ovviamente, il tema delle proprie credenze, religiose o meno, il periodo della malattia, un periodo nero ma da cui Nergal è uscito rafforzato nella propria missione, musicale e non. La storia con Doda, popstar e modella polacca, ed il periodo come giudice di X Factor, popolare programma televisivo. Cosa emerge? Innanzitutto emerge un personaggio concreto ma anche visionario. Concreto nella gestione della propria vita musicale e personale. Visionario perchè sempre un passo avanti a tutti, musicalmente parlando. Ha portato in circa venti anni di storia il proprio gruppo da underground polacco, un paese dove il metal non è considerato positivamente, a gruppo rispettato e riverito dai fans di tutto il mondo. Dove sta la magia? Innanzitutto in tanto impegno e costanza, sia compositiva sia a livello organizzativo, la consapevolezza di poter dare tanto a questa musica e alla scena mondiale. Nergal non si trincera dietro risposte vuote o troppo secche, ma argomenta, e questo ribadisce l’intelligenza del personaggio Nergal, anche al di fuori del palco. Estrema coerenza, in ogni ambito. Mettersi a nudo lo potenzia, non lo ferisce, e noi dobbiamo essere grati a personaggi come lui per aver dato risalto prima alla musica e poi alle parole. Questo libro non è neanche una giustificazione delle scelte di Nergal, l’essere andato in televisione senza face-painting, l’essere contro la religione organizzata in un paese iper-cattolico.

In conclusione, questa è un’ottima lettura per ogni fan del gruppo polacco ma anche per chi non frequenta questo tipo di musica. E’ una lettura agile ma anche profonda nelle motivazioni. Da avere.

Voto: 8

Nile – Annihilation of the Wicked (2005)

Mi ricordo bene quando ho comprato questo disco. L’ho comprato a Milano quando uscì, ormai 12 anni fa. Fu un incontro fortuito e mi aprì nuovi orizzonti musicali. Prima dei Nile non avevo mai ascoltato brutal death, fu un’ulteriore dose di violenza per le mie povere orecchie. Ma passiamo alla recensione vera e propria: praticamente i Nile in questo disco fanno ciò che vogliono e ciò che riesce meglio ai quattro (o tre o cinque) ragazzi statunitensi. Le partiture degli strumenti sono pressochè impossibili da reggere per un musicista medio, sicuramente la batteria ne è l’esempio più fulgido ma anche le corde sono messe a dura prova. I riff si susseguono vorticosamente, le armonie ricercatissime sono facilmente memorizzabili e non si ripetono mai all’interno del disco. La velocità è sicuramente il comune denominatore delle tracce, ma c’è anche una buona dose di rallentamenti che, se da un lato facilita l’ascolto, dall’altro aumenta la pesantezza delle composizioni. I brani sono di due tipi: le sfuriate da 4 minuti e le suite da 8-9 minuti. I Nile riescono bene in entrambi i versanti e quando riescono a mischiarli abbiamo raggiunto il massimo possibile. Definire questo disco come tecnico è poco, secondo me. Qui c’è una ricerca sonora che va oltre il tecnicismo fine a se stesso, tutto è cesellato a puntino per far soffrire l’ascoltatore, ma anche godere. Le soluzioni proposte dal gruppo sono tante e tutte valide. Pensiamo anche solo alle voci utilizzate: c’è il buon Dallas con il suo growl molto personale ma anche abbastanza canonico e poi c’è Karl Sanders, con una specie di mummia che sprigiona versetti maleodoranti e catacombali.

Trovo che questo disco sia il più completo del gruppo, magari con meno hit (se di hit si può parlare nel brutal death metal) rispetto al precedente ma sicuramente su un ottimo livello complessivo. Non ci sono cali di tensione neanche nelle tracce più lunghe, e questo è un fatto. Pochi gruppi, soprattutto nel campo estremo, possono creare un lotto di canzoni così valide e non rimanerne paralizzati. Solo i migliori, penso ad esempio agli Immolation o ai nostrani Hour of Penance. Buoni anche i testi: si tratta in sostanza di lunghe maledizioni e litanie influenzate dal mondo dell’antico Egitto, vera passione per Sanders. Nota a parte, nel disco sono comprese brevi descrizioni track-by-track scritte dallo stesso Sanders sulle fasi di composizione o ispirazione di ciascun brano.

In definitiva un ottimo disco, buona la produzione e superba prestazione dei membri del gruppo. Solo per i palati più esigenti, ovviamente.

Voto: 8

Shape of Despair – Monotony Fields (2015)

Disperazione cieca. Fondamentalmente questo, e se non siete d’accordo cambiate post. Ne avevo sentito parlare bene e ho deciso di “comprarlo”. Lo metto su e via, tutto d’un fiato. Rimango interdetto per qualche minuto dopo la conclusione. Questo, signori miei, è un gran disco e questa è una grande band. Grande perchè? Perchè riesce a trasformare in musica uno stato d’animo di difficile collocazione. Riesce a trasmettere, oltre al valore della composizione, una sensazione fisica, e questo non è poco. E’ difficile. E’ quasi impossibile. Ma loro ce la fanno, e lo fanno anche bene. Parliamoci chiaro, a me piace la velocità in musica: il doppio pedale, il blast beat, eccetera. Questo disco è quanto di più lontano si possa concepire: la velocità è praticamente assente, le ritmiche sono lunghe ed ossessive, il growl cavernoso e monolitico, la voce pulita è cristallina ed accompagna diversi frangenti. Eppure. Eppure mi è piaciuto molto, ho usato la copertina come screensaver per lungo tempo. Lo ascolto anche in auto, figuratevi voi.

Di doom non ho mai capito molto, mi sono approcciato ai padri del genere, vedi Candlemass, restandone parzialmente deluso. Ho fatto i conti con altri gruppi ben più death di questo, come gli Swallow the Sun, ma mai avrei pensato di poter apprezzare un album simile. Non è per tutti, sia chiaro, è un’opera raffinata ed essenziale, lontana dalle mode e soprattutto di nicchia, nell’accezione migliore del termine. E’ un’opera lunga, oltre i 60 minuti, da godersi tutti di fila, senza interruzioni. Le composizioni sono varie ma vertono su un unico tema, forse si discosta parzialmente solo The Distant Dream of Life, più breve e meno monolitica delle altre composizioni. Le chitarre sono catacombali, profonde, ossessive, piene, la parte ritmica è perfetta nel sostenere il tutto aggiungendo pesantezza. Le armonie create dalle chitarre sono contemporaneamente delicate e pesantissime, quasi insostenibili. C’è anche una buona parte di merito da attribuire alle tastiere, ben utilizzate e concrete.

Non mi dilungo oltre, ribadisco, non per tutti, per pochi eletti. E fidatevi, se siete tra questi pochi non lo abbandonerete tanto facilmente.

Voto: 8,5