Katatonia – The Fall of Hearts (2016)

I Katatonia sono dal 2012 il mio gruppo preferito. Da Dead End Kings in poi, recensito su queste pagine, non ho mai passato troppo tempo senza ascoltare qualche loro brano o CD intero. La grandezza di questa band non è sotto gli occhi di tutti, purtroppo. La loro bravura compositiva, accompagnata da un ottimo livello tecnico, li rende grandi con qualsiasi materiale abbiano tra le mani. Le liriche, gli arrangiamenti, l’emotività sono solo alcuni tratti da prendere in esame quando si approccia una loro composizione. Passiamo ora all’analisi vera e propria del disco in oggetto. 13 brani, vi assicuro, non sono pochi, sia dal punto di vista compositivo, sia dal punto di vista dell’ascolto. Bisogna mettersi lì e perdere un po’ di tempo per rendersi conto del caleidoscopio di situazioni musicali. Ho volutamente inserito il tag Progressive Rock perchè di questo si tratta. Le composizioni sono mediamente lunghe ed articolate, tanto da rendere difficile l’approccio sul breve periodo. Forse si salva solo Decima, la composizione più immediata e meno complessa. Il resto del disco è un susseguirsi di momenti differenti, giocati sul piano, sulla chitarra elettrica o acustica, sulle vocals di Renske mai così bravo ad esprimersi in ogni frangente. Spiegarvi in poche righe la bravura del combo svedese è davvero difficile, quindi l’unica cosa che vi posso dire è: ascoltate questo disco. Divertitevi a scoprire il vostro momento preferito, il vostro passaggio preferito, fatevi avvolgere dall’ottima prova compositiva, superlativa.

Non so però che voto dare a questo disco. Se vi coinvolge completamente, è un disco da 10. Se non vi coinvolge siamo sul 3. Non vi resta che ascoltarlo e darvi da soli il giudizio. Io mi rimetto.

Voto: SV

Dark Tranquillity – Atoma (2016)

Ed eccoci all’ultima fatica degli svedesoni! Chiariamoci subito, questo disco mi ha accompagnato in auto per parecchio tempo, è probabilmente il loro disco che ho ascoltato di più in assoluto ed onestamente non me ne pento. I ragazzi sanno il fatto loro e dove non arriva l’intuizione ci pensa il mestiere. L’esperienza. Questo è un disco di grande esperienza: non ci sono sperimentazioni di sorta ma un lotto di canzoni, più o meno riuscite, nella tradizione ultima dei DT. Possiamo dividere il disco in due parti, a mio parere: fino a The Pitiless e dopo The Pitiless. Le canzoni “prima” sono mediamente buone, diciamo da 8, le canzoni “dopo” sono meno buone ma comunque costanti, diciamo da 7. Il voto che vedete sotto è la media matematica, niente di più. Passiamo ora ad un’analisi più approfondita della musica, che è poi il motivo per cui siamo qui. Il death metal melodico del quintetto è il classico suono alla Dark Tranquillity ma, ribadisco, senza sperimentazioni ulteriori. Siamo bravi a fare questo, proseguiamo senza perdere troppo tempo. Non è un disco eclatante, non è un The Gallery per intenderci, ma non suona stantio o troppo di maniera. Non è ignorante, ma d’altronde i ragazzi non ci hanno mai dato questa impressione, nemmeno agli esordi. Non sono i Dismember e lo sanno bene. La parte più positiva è l’arrangiamento dei brani. Da non sottovalutare la prova dei singoli, con Stanne sugli scudi. La sua voce, sia in pulito sia in distorto, è sicuramente un marchio di fabbrica della band. Non a caso le canzoni con la doppia voce, Forward Momentum ed Atoma, sono tra le migliori. “Gli esce la personalità” direbbe qualcuno, e non posso che essere d’accordo.

Concludiamo. Questo disco è un buon disco, non vedo cali di tono eccessivi. Non vedo neanche un diamante, sia chiaro, ma vedo cinque professionisti all’opera su una materia che conoscono, che hanno creato insieme a pochi altri e che portano avanti ormai da decenni. Attendiamo il prossimo!

Voto: 7,5

Dark Funeral – Where Shadows Forever Reign (2016)

I Dark Funeral sono bravi ragazzi. Da oltre 20 anni portano avanti il loro black metal, Satana, 666, croci rovesciate e tutto il resto, quindi può essere interessante come discorso. Alla fine Lord Ahriman ci crede davvero in tutta questa roba, mettiamoci quella macchina da guerra di Dominator alle pelli e siamo sistemati. Però c’è un però. Questo album non è brutto, ma secondo me è un album di maniera, un album di genere. Cerchiamo di capire. Nasci a Stoccolma, fa un freddo cane tutto l’anno, non puoi fare altro che stare in sala prove con gli amici a bere birrette ed a parlare di Satana. All’epoca, primi anni ’90, il black metal era una cosa seria. La gente, soprattutto in Norvegia, bruciava le chiese e si lanciava in lunghe faide, qualcuno è pure morto male. La Svezia non era da meno, ma forse più intelligente. Poca cronaca nera, parla la musica. All’epoca il black metal andava pure di moda, tra il 1990 e il 1994 è uscito di tutto e di più, i DF appartengono alla generazione successiva. Attenzione, non sono dei copioni, hanno il loro stile e proseguono sul solco tracciato già da tempo, e ne è dimostrazione questo album. Queste canzoni suonano Dark Funeral al 100%, le melodie deviate ci sono, il blast beat c’è, le liriche sono praticamente sempre quelle. Ci sono i rallentamenti, sempre di scuola Dark Funeral, c’è tutto il repertorio al servizio della forma-canzone. Le strutture sono tendenzialmente semplici e collaudate, le canzoni sono ben congeniate e sicuramente live faranno una buona figura vicino ai classici della band. Ma non ci spingiamo oltre in fase di valutazione. Purtroppo manca il fattore WHOA e questo si sente, si avverte secondo dopo secondo: manca davvero quell’afflato anticosmico, quella verve sperimentale che tanto ci hanno fatto amare altri dischi del black metal. Dischi così fanno bene perchè avvicinano i ragazzini alla materia oscura, per noi ragazzi di ieri un po’ meno, perlomeno io la penso così.

Io spero che i Dark Funeral abbiano ancora vita lunga e cartucce da sparare, nel nome del sacro verbo nero. Per ora però, sufficienza e poco di più.

Voto: 6,5