Dark Tranquillity – Atoma (2016)

Ed eccoci all’ultima fatica degli svedesoni! Chiariamoci subito, questo disco mi ha accompagnato in auto per parecchio tempo, è probabilmente il loro disco che ho ascoltato di più in assoluto ed onestamente non me ne pento. I ragazzi sanno il fatto loro e dove non arriva l’intuizione ci pensa il mestiere. L’esperienza. Questo è un disco di grande esperienza: non ci sono sperimentazioni di sorta ma un lotto di canzoni, più o meno riuscite, nella tradizione ultima dei DT. Possiamo dividere il disco in due parti, a mio parere: fino a The Pitiless e dopo The Pitiless. Le canzoni “prima” sono mediamente buone, diciamo da 8, le canzoni “dopo” sono meno buone ma comunque costanti, diciamo da 7. Il voto che vedete sotto è la media matematica, niente di più. Passiamo ora ad un’analisi più approfondita della musica, che è poi il motivo per cui siamo qui. Il death metal melodico del quintetto è il classico suono alla Dark Tranquillity ma, ribadisco, senza sperimentazioni ulteriori. Siamo bravi a fare questo, proseguiamo senza perdere troppo tempo. Non è un disco eclatante, non è un The Gallery per intenderci, ma non suona stantio o troppo di maniera. Non è ignorante, ma d’altronde i ragazzi non ci hanno mai dato questa impressione, nemmeno agli esordi. Non sono i Dismember e lo sanno bene. La parte più positiva è l’arrangiamento dei brani. Da non sottovalutare la prova dei singoli, con Stanne sugli scudi. La sua voce, sia in pulito sia in distorto, è sicuramente un marchio di fabbrica della band. Non a caso le canzoni con la doppia voce, Forward Momentum ed Atoma, sono tra le migliori. “Gli esce la personalità” direbbe qualcuno, e non posso che essere d’accordo.

Concludiamo. Questo disco è un buon disco, non vedo cali di tono eccessivi. Non vedo neanche un diamante, sia chiaro, ma vedo cinque professionisti all’opera su una materia che conoscono, che hanno creato insieme a pochi altri e che portano avanti ormai da decenni. Attendiamo il prossimo!

Voto: 7,5

Katatonia – Dead End Kings (2012)

Eccoci! Finalmente giungo a parlare di questo disco, disco che ha veramente segnato come pochi la mia “carriera” musicale. Mi ero affiancato ai Katatonia con Brave Murder Day anni e anni fa, giravo ancora con un lettore CD che ormai credo sia polvere ed avevo masterizzato le tracce di quell’album ormai epico. Persi per qualche anno, tornano sui nostri schermi: in breve sono diventati il mio gruppo preferito ed anche quello che ho ascoltato di più, le statistiche di Last.fm parlano chiare. Sarà stato il periodo, sarà stata la loro bravura, ma da questo disco mi hanno sempre più affascinato. Intendiamoci, questo non è un ottimo disco. Non è un capolavoro, oggettivamente parlando, ma soggettivamente lo è. Potete tranquillamente farne a meno, potete tornare ad ascoltare i Vader e state tranquilli lo stesso. Per me non è così. Neanche per il cazzo, proprio. Lo sto ascoltando proprio ora, mentre scrivo queste poche righe, e mi ricordo le precise sensazioni del primo ascolto. Conosco a memoria ogni singolo passaggio, riconosco addirittura le linee di basso, ogni armonizzazione delle chitarre, ogni tasto pigiato sul pianoforte. Le emozioni scatenate dai ragazzi sono forti, e non per tutti. La vena melodica-malinconica-melanconica è forte e pervade nell’animo a lungo, anche quando il CD finisce e si passa ad altro. La bravura dei nostri svedesini è sicuramente questa, riscontrata in pochi altri gruppi, perlomeno per me, e lo hanno sistematicamente segnalato in ogni fatica discografica, fin dagli esordi. Loro prendono dei sentimenti, delle emozioni, e li traslano in musica, perfettamente. Se siete sintonizzati su quelle frequenze siete sistemati, viceversa ne rimarrete annoiati. Sembra semplice ma non lo è. Ve lo dico anche da musicista, non lo è. E poi c’è Lei. C’è la più bella canzone dei Katatonia di sempre. The Racing Heart. Magnifica. Ho il testo scritto a mano da Renske ed ogni volta che lo guardo mi fa strano. Abbiamo parlato poco di musica suonata finora: cosa ci presentano i ragazzi? Un dark-rock secondo me, quindi poco metal ma più atmosfera. Voce pulita, qualche chitarra distorta, strutture comunque semplici e facilmente assimilabili. Poco a che fare col doom degli esordi (neanche tanto doom secondo me) ma in linea con le precedenti tre uscite discografiche. Curatissimo, produzione molto buona, arrangiamenti ottimi, tutto fila liscio. Cosa c’è che non va insomma? Direi che l’unico difetto del disco è qualche momento vuoto sparso, niente di imperdonabile insomma, si tratta comunque di tracce che difficilmente saranno ricordate tra 20 anni. Ma The Racing Heart no, non toccatemela.

Voto: 7,5

Hour of Penance – Cast The First Stone (2017)

Seguo gli HoP dal fortunato The Vile Conception e mi sono sempre piaciuti, disco più disco meno, ma sicuramente sempre coerenti e concreti. Con questo sigillo a mio avviso siamo ad una svolta stilistica piuttosto imponente nel muro sonoro eretto dai romani. In questo disco a mio avviso le composizioni sono più lineari e meno terremotanti, più facili da assimilare e da canticchiare in macchina. Sì, perchè il bello del brutal death è proprio questo, canticchiare in macchina. Con questo non sto cercando di mandare in vacca il post, ma di dare una spiegazione a chi non capisce questa musica così estrema e brutale. Partiamo da un dato di fatto: questa è musica difficile da suonare. Provate voi a ripetere le partiture di uno strumento qualsiasi, voce inclusa, e poi ne parliamo. L’obiettivo dei nostri ragazzi è dunque quello di rendere accessibile la propria musica senza elucubrare troppo su quale scala impossibile utilizzare o quale pattern di batteria infilare dopo quattro minuti di mattanza sonora. Non stiamo parlando dei Meshuggah in questo caso, con tutte le differenze del caso. Stiamo parlando sempre e comunque di quattro ragazzi che si trovano in sala prove e pestano duro, ciascuno mette il proprio e poi si vede come va. Le precedenti due prove del combo romano non mi avevano convinto del tutto, ed anche questo disco a mio modesto avviso non emerge troppo in una scena dove gli americani la fanno un po’ da padroni. Vedi l’ultimo disco degli Immolation, pensiamo anche ai Gorguts (sono canadesi ma sticazzi), per non parlare delle ultime splendide prove dei Cannibal Corpse. Manca forse un pizzico in più di personalità, cosa che aveva reso grande The Vile Conception. Ribadisco, queste sono le mie impressioni e valgono ben poco. Io comunque sto dalla loro parte e li supporterò sempre, perchè gruppi così fanno bene alla scena. La musica è ben scritta ed egregiamente eseguita, la produzione è ottima ed intelleggibile, il Pieri si è ampiamente ambientato e questo è un bene per tutti. Che dire? Avanti così, manca davvero poco per la definitiva consacrazione.

Voto: 7,5

At the Gates – At War with Reality (2014)

Eredità pesante. Tenete bene a mente questo concetto ascoltando questo disco. Sì, perchè gli At the Gates, ora e sempre, avranno questo peso sulle proprie spalle. Un conto è fare dischi buoni, mediamente buoni, proseguire nel proprio percorso musicale, avere dei fan fedeli ma rimanere sempre nel limbo. Un altro conto è sfornare un capolavoro come Slaughter of the Soul e rimanere indenni a portare avanti il proprio verbo musicale. Non è facile, immagino non lo sia per nessuno. Vedi i Cynic, ad esempio, colpevoli di aver fatto uscire quel Focus. I parallelismi sostanzialmente si fermano qui: la proposta musicale è completamente differente, i personaggi coinvolti sono altri, le scene di riferimento sono diverse. Certo è che confrontarsi col passato glorioso è alquanto complicato e complesso, bisogna prima di tutto liberarsene quanto prima e cercare di andare avanti.

Gli At the Gates ci hanno provato e, almeno personalmente, ci sono riusciti. Questo AWWR è un buon disco. Non un ottimo disco, ma un buon disco. Andiamo nei dettagli, siamo qui per questo. Prima di tutto è un disco organico, dove le canzoni sono ben costruite e di rilievo, se non tutte quasi tutte. I musicisti coinvolti sono sicuramente appassionati e svolgono il proprio compito egregiamente, senza esagerare ma rimanendo ben focalizzati sull’obiettivo. Non ci sono riempitivi nè tracce troppo legate al passato. Ovviamente il brodo di coltura è il medesimo, quella scena death melodica svedese che ha forgiato varie band che, a vario titolo, sono riuscite a crearsi un pubblico fedele e sincero. Non mi sembra assolutamente un album di maniera nè troppo legato a SOTS, è semplicemente diverso. Se da un lato manca quella rabbia incontrollata e giovanile che tanto ha giovato ai nostri, c’è un maggior controllo dei mezzi a disposizione in fase compositiva.

In conclusione, un buon capitolo discografico per i Nostri, le canzoni filano praticamente tutte e la band lavora bene in fase di produzione. Menzione speciale per il Tompa, che pur avendo una certa età rimane saldo dietro al microfono. Vi aspettiamo al prossimo!

Voto: 7,5

Soen – Lykaia (2017)

Proseguiamo il nostro cammino su territori non propriamente estremi, anzi. I Soen sono considerati da molti un supergruppo per via del batterista, Martin Lopez, ex-Opeth, e Steve DiGiorgio, peso massimo del basso metallico. Ora, la connotazione supergruppo fa storcere il naso a molti e mi trovate d’accordo, ma qui è un caso diverso. Steve DiGiorgio lascia il gruppo dopo poco e la formazione pare stabile finora. Ho avuto il piacere di vederli live di spalla ai Paradise Lost nel lontano 2012 e mi hanno fatto una buona impressione, soprattutto a livello vocale e melodico. Questo disco, il terzo, a mio parere li conferma come una voce tendenzialmente piacevole del fare musica progressiva. Siamo distanti da, ad esempio, i Dream Theater, qui c’è una vena più hard rock, sottolineata da tante linee chitarristiche figlie di Gilmour dei Pink Floyd. Molti hanno sottolineato le similarità stilistiche con Tool e Opeth, due gruppi che io fondamentalmente conosco poco. Sinceramente mi interessa anche poco se mi trovo di fronte ad un prodotto di qualità. Le canzoni sono praticamente tutte di buon livello, non è un disco strettamente emotivo e sicuramente lontano dai Katatonia degli ultimi periodi. Non sto a fare un track-by-track che è noioso e scontato, vi consiglio di ascoltare questo disco nella sua interezza, ascoltatelo più volte come ho fatto io, non ve ne pentirete. Pare inoltre sia stato registrato completamente in analogico e qualcosina si sente, soprattutto per quanto riguarda la chitarra, penso la parte più importante del sound-Soen. Voglio anche sottolineare la buona impressione che mi ha fatto la voce, con linee vocali mai scontate e mai pretenziose. Un disco senza fillers, da godersi d’un fiato, spero resista alla prova del tempo.

Voto: 7,5