Six Feet Under @ Live With Full Force (Full Concert)

E’ il momento di qualcosa di nuovo: le recensioni ai video YouTube!

Sì, perchè nella mia esperienza alcuni video sono significativi quanto i dischi, e questo video è uno di questi. Innanzitutto: i Six Feet Under non sono tra i miei gruppi preferiti, proprio per niente. Questo video mi ha fatto ricredere e lo riguardo ogni tanto, così, per divertimento. Sì, perchè il death metal, soprattutto certo death metal, è soprattutto divertimento. Questo video ne è la conferma: il gruppo si diverte, il pubblico si diverte, tutto a posto insomma. Forti di una scaletta importante, i quattro ragazzi inanellano una serie di canzoni di un certo spessore per un 40 minuti di ottimo livello. Si vede che il gruppo è ben organizzato, non ci sono vuoti nè riempitivi. Le canzoni sono quanto di più ignorante ci possa essere nel death metal: i riff sono scontati e banalissimi eppure dannatamente efficaci. Audio buono e soprattutto buona presenza scenica del frontman, il signor Barnes, ex vocalist dei ben più tecnici Cannibal Corpse. Qui tutto è in funzione del divertimento, come premettevo, e ce ne accorgiamo durante le inquadrature della folla: tutti saltano, esaltati, urlano, rispondono alle provocazioni (“Scream motherfucker!”), un delirio insomma. Uno di quei concerti a cui avrei voluto partecipare.

Un video da tramandare ai posteri, per far capire di cosa stiamo parlando quando parliamo di death metal, per parafrasare il buon Carver. Questa è proprio la base.

Voto: 8

Antimatter – Leaving Eden (2007)

Premetto: questo non è un disco per tutti. E’ un disco pieno di malinconia e, sinceramente, non me la sento di consigliarvelo a cuor leggero. Fate le vostre valutazioni e poi abbandonatevi alla musica.

Perso Duncan Patterson, un passato negli Anathema, eccoci al punto cruciale: cosa fare di questa band? Mick Moss, cantante, chitarrista e compositore, ha le idee chiare e ce le dimostra in queste nove canzoni. Anche qui, fare un track-by-track sarebbe superfluo e dannoso perchè il disco va concepito come un unicum di sensazioni e umore tali per cui un ascolto spezzettato sarebbe dannoso alla fruizione. Fate conto di stare male, molto male: questo disco ve lo spiega meglio di come voi lo possiate fare a parole. In questo Mick Moss è maestro, secondo me, riuscire a convertire in musica emozioni forti e spesso poco considerate. Va da sè che se vi piacciono i Gamma Ray questo disco vi farà schifo, pietà e pena. Ci mancherebbe, è vostro diritto.

La musica proposta dal simpatico redhead britannico è un dark rock dalle tinte fosche e talvolta metalliche, complici chitarre distorte ma mai troppo. I tempi sono blandi, le liriche sono un altro punto a favore, intelligenti e ben congeniate, ben sistemate sul pentagramma, conseguenza anche di una voce personale e profonda. I musicisti coinvolti fanno il loro lavoro; vorrei sottolineare la bellezza e la linearità degli assoli chitarristici. Un altro elemento da considerare è la chitarra acustica, elemento di spicco in vari passaggi, fino a canzoni intere.

In conclusione: un album da ascoltare al buio, senza paura. Coinvolgente ed emozionante come pochi.

Voto: 8

Anaal Nathrakh – In the Constellation of the Black Widow (2009)

Un cazzo di casino. Basta così, dai, basta, davvero. E invece. Mezz’oretta di delirio, in barba alle leggi del music business. Sono due ma sembrano almeno sedici.

La musica proposta dal duo britannico è strana, ma vi basterà ascoltarla una volta per comprendere. C’è di base il black metal, alla Dark Funeral per intenderci. C’è anche del death metal, soprattutto nelle ritmiche di chitarra. C’è un’attitudine punk-vaffanculo che ci piace. Non ci sono neanche scritti i testi nel libretto e vi sfido a capire più di qualche parola. C’è anche del thrash metal, ogni tanto. C’è pure il grind-core, vicino a qualcosa dei mai troppo osannati Nasum. Insomma, detta così sembra un casino totale, non si capisce più niente, chi fa cosa e soprattutto perchè, e invece no, c’è una logica, per quanto ferale ed assassina, ma pur sempre logica. Logica nello scrivere canzoni dirette, veloci, senza fronzoli, anche accattivanti se vogliamo, se si può parlare in questi termini di tutta questa violenza sonora. Io non so chi è il batterista ma si fa un culo quadro, gli stacchi sono semplicemente spettacolari e le ritmiche sono precise e crude. Il resto è ben fuori dai canoni: ci sono anche delle voci pulite, pensa te.

Musica così sperimentale deve essere soppesata per bene, la porcheria è dietro l’angolo, e gli scaffali ne sono pieni. Invece qui abbiamo un prodotto solido, coeso, sincero ed assassino. L’ho taggato black metal per comodità ma c’è davvero tanto altro, e vi invito a scoprirlo ascolto dopo ascolto.

Voto: 8

Cannibal Corpse – A Skeletal Domain (2014)

Scrivi Cannibal Corpse e leggi sicurezza. Mi sono accostato al quintetto di Buffalo piuttosto tardi, solo recentemente, prima non li ho mai apprezzati in pieno, e sinceramente non so spiegarmi il perchè. Alla fine sono uno dei 3/4 gruppi più importanti del genere, impossibile negarlo. Hanno venduto parecchi dischi, avevano toccato i due milioni complessivi qualche anno fa; qualche sconvolgimento in line-up (vedi il cambio di cantante tra Barnes e Giorgino Corpsegrinder), una serie di dischi considerati classici del genere, insomma, tutto questo per godersi la sana pensione bevendo birra in lattina nel portico di casa. E invece no. Lasciate perdere tutto, si continua a suonare. Si continuano a scrivere canzoni e soprattutto si va in tour, estenuanti tour di cento date in tutto il mondo. Su Setlist sono quasi a quota 2000 concerti in quasi 30 anni di attività, è un numero enorme. Si potrebbe anche giocare col fattore nostalgia, fare sempre le solite canzoni, rimasterizzare i primi album, tour di glorificazione, reunion, ospitate in televisione, cose così. E invece no 2. Noi siamo i Cannibal Corpse e portiamo avanti il nostro Verbo indefessamente.

Ma veniamo a noi. Il platter in questione è composto da 12 tracce, più o meno tutte di ottimo livello. Emergono Sadistic Embodiment e Kill or Become, secondo me, sapientemente riproposte live, ma ciascuno avrà le sue preferite immagino. Sono canzoni innanzitutto scritte bene, con il cuore, la tecnica e la passione, il che non guasta. Ciascuno fa la sua parte. C’è il solito, cavernoso, growl di Corpsegrinder sugli scudi ovviamente. C’è la chitarra tecnica di O’Brien, autore di ottimi soli. C’è Alex Webster che, come al solito, spiega al mondo come si suona il basso, anzi, il Basso. Signori, che artista. C’è l’altro chitarrista, Rob Barrett, che anche qui fa il suo, solido e preciso come acciaio. Veniamo alla batteria, dove siede il sig. Mazurkiewicz: qui il discorso si complica. Non è scarso, ci mancherebbe, ma secondo me non è neanche il top dei batteristi brutal. Eppure, sempre secondo me, il suo livello aiuta il gruppo a scrivere canzoni vere e non sbrodolate di note come tanti altri. Ve li immaginate con Kollias? Ve lo immaginate a fare a gara a chi ce l’ha più lungo? Meglio così. Il vero valore aggiunto è dunque la batteria, insomma. Concludiamo, che è ora di cena: questo album è un ottimo album, le canzoni filano, se le facessero tutte ad un concerto nessuno piangerebbe o bestemmierebbe, possono stare vicino ai mostri sacri del gruppo senza sfigurare. Mi è piaciuta molto la produzione, in crescendo rispetto al precedente. I testi? Sinceramente non li ho letti, ma quando ti accorgi che qualcuno sta dicendo “Fire up the chainsaw” non può che andare bene. Bravi ragazzi, vi aspettiamo al prossimo!

Voto: 8

Paradise Lost – Faith Divides Us – Death Unites Us (2009)

Avevo ascoltato qualcosa dei Paradise Lost, ma con poca attenzione. Uscito questo album, ho poi approfondito la discografia e seguito il gruppo fino ad oggi. Mi sono avvicinato a questo disco senza preconcetti, quindi senza aver ascoltato il diretto precedente.

Questo è un ottimo disco. Lo dico davvero, anche dopo 8 anni dall’uscita. Cerchiamo di spiegare meglio: canzoni, sound, composizione, voce. Tutto è ben fatto e, soprattutto, tutto è fatto con il cuore e la passione. La band ha parecchia esperienza, ha vissuto un passato glorioso e ha scritto pagine di questo genere, eccoli dunque alla prova del 9. Innanzitutto colpisce la voce di Holmes (seguitelo su Twitter assolutamente). Un vocalist di spessore, ultimamente un po’ in difficoltà nei live ma su disco emerge la professionalità ed il carisma: riesce a cambiare timbro a seconda della canzone che ha tra le mani e regala sfumature differenti ai vari passaggi musicali. Sfiora il growl ad esempio in Frailty, accompagnando le chitarre terremotanti, si ammorbidisce nella title-track ed in altri momenti. Questo non è poco e non è da tutti, uno strumento al servizio del brano.

Colpiscono le chitarre: possiamo dire che, tecnicamente parlando, è un album molto semplice da eseguire, non ci sono virtuosismi. Io stesso potrei mettermi lì e suonarlo dalla prima all’ultima nota, pur non essendo Petrucci. Eppure. Eppure le linee sonore sono sempre intelleggibili e convincenti, dall’inizio alla fine, senza risultare ostiche, i numerosi assoli sparsi qua e là sono la prova di come si possa fare musica originale senza strafare negli arrangiamenti. La formula dei 4/5 accordi è vincente, vedi il ritornello della title-track: niente di più facile, eppure dannatamente efficace. Le chitarre a 7 corde danno una profondità maggiore alle composizioni, insomma un buon utilizzo di questo strumento oggi inflazionato soprattutto fra i ragazzini del -core. Non abbiamo parlato del basso: qui c’è un uso sapiente dello strumento. Sei Steve DiGiorgio? No? Allora stai buono e fai il tuo compito senza creare altri problemi. Il basso serve a dare profondità alle chitarre, non a farsi i cazzi suoi, chiariamo questo concetto. Sezione ritmica promossa con lode.

Serve altro? Non mi sembra. Io, se fossi in voi, lo ascolterei.

Voto: 8

Adam Nergal Darski – Confessioni di un eretico

Cosa ci fa un libro su un blog musicale? Semplice, io amo leggere. Ho letto qualche libro musicale finora e ho deciso di darne recensione su questo spazio.

Nergal è un personaggio carismatico prima di tutto. Mente e braccio dei Behemoth, porta da anni in giro per il mondo il suo verbo nero. Ora, non voglio stare a giudicare la sua opera musicale, ne avremo tempo e spazio nelle varie recensioni, limitiamoci all’oggetto del post. Il libro si configura come una lunga intervista divisa in capitoli dove Nergal risponde approfonditamente e senza veli su tanti temi. Il tema musicale, ovviamente, il tema delle proprie credenze, religiose o meno, il periodo della malattia, un periodo nero ma da cui Nergal è uscito rafforzato nella propria missione, musicale e non. La storia con Doda, popstar e modella polacca, ed il periodo come giudice di X Factor, popolare programma televisivo. Cosa emerge? Innanzitutto emerge un personaggio concreto ma anche visionario. Concreto nella gestione della propria vita musicale e personale. Visionario perchè sempre un passo avanti a tutti, musicalmente parlando. Ha portato in circa venti anni di storia il proprio gruppo da underground polacco, un paese dove il metal non è considerato positivamente, a gruppo rispettato e riverito dai fans di tutto il mondo. Dove sta la magia? Innanzitutto in tanto impegno e costanza, sia compositiva sia a livello organizzativo, la consapevolezza di poter dare tanto a questa musica e alla scena mondiale. Nergal non si trincera dietro risposte vuote o troppo secche, ma argomenta, e questo ribadisce l’intelligenza del personaggio Nergal, anche al di fuori del palco. Estrema coerenza, in ogni ambito. Mettersi a nudo lo potenzia, non lo ferisce, e noi dobbiamo essere grati a personaggi come lui per aver dato risalto prima alla musica e poi alle parole. Questo libro non è neanche una giustificazione delle scelte di Nergal, l’essere andato in televisione senza face-painting, l’essere contro la religione organizzata in un paese iper-cattolico.

In conclusione, questa è un’ottima lettura per ogni fan del gruppo polacco ma anche per chi non frequenta questo tipo di musica. E’ una lettura agile ma anche profonda nelle motivazioni. Da avere.

Voto: 8

Nile – Annihilation of the Wicked (2005)

Mi ricordo bene quando ho comprato questo disco. L’ho comprato a Milano quando uscì, ormai 12 anni fa. Fu un incontro fortuito e mi aprì nuovi orizzonti musicali. Prima dei Nile non avevo mai ascoltato brutal death, fu un’ulteriore dose di violenza per le mie povere orecchie. Ma passiamo alla recensione vera e propria: praticamente i Nile in questo disco fanno ciò che vogliono e ciò che riesce meglio ai quattro (o tre o cinque) ragazzi statunitensi. Le partiture degli strumenti sono pressochè impossibili da reggere per un musicista medio, sicuramente la batteria ne è l’esempio più fulgido ma anche le corde sono messe a dura prova. I riff si susseguono vorticosamente, le armonie ricercatissime sono facilmente memorizzabili e non si ripetono mai all’interno del disco. La velocità è sicuramente il comune denominatore delle tracce, ma c’è anche una buona dose di rallentamenti che, se da un lato facilita l’ascolto, dall’altro aumenta la pesantezza delle composizioni. I brani sono di due tipi: le sfuriate da 4 minuti e le suite da 8-9 minuti. I Nile riescono bene in entrambi i versanti e quando riescono a mischiarli abbiamo raggiunto il massimo possibile. Definire questo disco come tecnico è poco, secondo me. Qui c’è una ricerca sonora che va oltre il tecnicismo fine a se stesso, tutto è cesellato a puntino per far soffrire l’ascoltatore, ma anche godere. Le soluzioni proposte dal gruppo sono tante e tutte valide. Pensiamo anche solo alle voci utilizzate: c’è il buon Dallas con il suo growl molto personale ma anche abbastanza canonico e poi c’è Karl Sanders, con una specie di mummia che sprigiona versetti maleodoranti e catacombali.

Trovo che questo disco sia il più completo del gruppo, magari con meno hit (se di hit si può parlare nel brutal death metal) rispetto al precedente ma sicuramente su un ottimo livello complessivo. Non ci sono cali di tensione neanche nelle tracce più lunghe, e questo è un fatto. Pochi gruppi, soprattutto nel campo estremo, possono creare un lotto di canzoni così valide e non rimanerne paralizzati. Solo i migliori, penso ad esempio agli Immolation o ai nostrani Hour of Penance. Buoni anche i testi: si tratta in sostanza di lunghe maledizioni e litanie influenzate dal mondo dell’antico Egitto, vera passione per Sanders. Nota a parte, nel disco sono comprese brevi descrizioni track-by-track scritte dallo stesso Sanders sulle fasi di composizione o ispirazione di ciascun brano.

In definitiva un ottimo disco, buona la produzione e superba prestazione dei membri del gruppo. Solo per i palati più esigenti, ovviamente.

Voto: 8