Six Feet Under @ Live With Full Force (Full Concert)

E’ il momento di qualcosa di nuovo: le recensioni ai video YouTube!

Sì, perchè nella mia esperienza alcuni video sono significativi quanto i dischi, e questo video è uno di questi. Innanzitutto: i Six Feet Under non sono tra i miei gruppi preferiti, proprio per niente. Questo video mi ha fatto ricredere e lo riguardo ogni tanto, così, per divertimento. Sì, perchè il death metal, soprattutto certo death metal, è soprattutto divertimento. Questo video ne è la conferma: il gruppo si diverte, il pubblico si diverte, tutto a posto insomma. Forti di una scaletta importante, i quattro ragazzi inanellano una serie di canzoni di un certo spessore per un 40 minuti di ottimo livello. Si vede che il gruppo è ben organizzato, non ci sono vuoti nè riempitivi. Le canzoni sono quanto di più ignorante ci possa essere nel death metal: i riff sono scontati e banalissimi eppure dannatamente efficaci. Audio buono e soprattutto buona presenza scenica del frontman, il signor Barnes, ex vocalist dei ben più tecnici Cannibal Corpse. Qui tutto è in funzione del divertimento, come premettevo, e ce ne accorgiamo durante le inquadrature della folla: tutti saltano, esaltati, urlano, rispondono alle provocazioni (“Scream motherfucker!”), un delirio insomma. Uno di quei concerti a cui avrei voluto partecipare.

Un video da tramandare ai posteri, per far capire di cosa stiamo parlando quando parliamo di death metal, per parafrasare il buon Carver. Questa è proprio la base.

Voto: 8

Dark Tranquillity – Atoma (2016)

Ed eccoci all’ultima fatica degli svedesoni! Chiariamoci subito, questo disco mi ha accompagnato in auto per parecchio tempo, è probabilmente il loro disco che ho ascoltato di più in assoluto ed onestamente non me ne pento. I ragazzi sanno il fatto loro e dove non arriva l’intuizione ci pensa il mestiere. L’esperienza. Questo è un disco di grande esperienza: non ci sono sperimentazioni di sorta ma un lotto di canzoni, più o meno riuscite, nella tradizione ultima dei DT. Possiamo dividere il disco in due parti, a mio parere: fino a The Pitiless e dopo The Pitiless. Le canzoni “prima” sono mediamente buone, diciamo da 8, le canzoni “dopo” sono meno buone ma comunque costanti, diciamo da 7. Il voto che vedete sotto è la media matematica, niente di più. Passiamo ora ad un’analisi più approfondita della musica, che è poi il motivo per cui siamo qui. Il death metal melodico del quintetto è il classico suono alla Dark Tranquillity ma, ribadisco, senza sperimentazioni ulteriori. Siamo bravi a fare questo, proseguiamo senza perdere troppo tempo. Non è un disco eclatante, non è un The Gallery per intenderci, ma non suona stantio o troppo di maniera. Non è ignorante, ma d’altronde i ragazzi non ci hanno mai dato questa impressione, nemmeno agli esordi. Non sono i Dismember e lo sanno bene. La parte più positiva è l’arrangiamento dei brani. Da non sottovalutare la prova dei singoli, con Stanne sugli scudi. La sua voce, sia in pulito sia in distorto, è sicuramente un marchio di fabbrica della band. Non a caso le canzoni con la doppia voce, Forward Momentum ed Atoma, sono tra le migliori. “Gli esce la personalità” direbbe qualcuno, e non posso che essere d’accordo.

Concludiamo. Questo disco è un buon disco, non vedo cali di tono eccessivi. Non vedo neanche un diamante, sia chiaro, ma vedo cinque professionisti all’opera su una materia che conoscono, che hanno creato insieme a pochi altri e che portano avanti ormai da decenni. Attendiamo il prossimo!

Voto: 7,5

Cannibal Corpse – A Skeletal Domain (2014)

Scrivi Cannibal Corpse e leggi sicurezza. Mi sono accostato al quintetto di Buffalo piuttosto tardi, solo recentemente, prima non li ho mai apprezzati in pieno, e sinceramente non so spiegarmi il perchè. Alla fine sono uno dei 3/4 gruppi più importanti del genere, impossibile negarlo. Hanno venduto parecchi dischi, avevano toccato i due milioni complessivi qualche anno fa; qualche sconvolgimento in line-up (vedi il cambio di cantante tra Barnes e Giorgino Corpsegrinder), una serie di dischi considerati classici del genere, insomma, tutto questo per godersi la sana pensione bevendo birra in lattina nel portico di casa. E invece no. Lasciate perdere tutto, si continua a suonare. Si continuano a scrivere canzoni e soprattutto si va in tour, estenuanti tour di cento date in tutto il mondo. Su Setlist sono quasi a quota 2000 concerti in quasi 30 anni di attività, è un numero enorme. Si potrebbe anche giocare col fattore nostalgia, fare sempre le solite canzoni, rimasterizzare i primi album, tour di glorificazione, reunion, ospitate in televisione, cose così. E invece no 2. Noi siamo i Cannibal Corpse e portiamo avanti il nostro Verbo indefessamente.

Ma veniamo a noi. Il platter in questione è composto da 12 tracce, più o meno tutte di ottimo livello. Emergono Sadistic Embodiment e Kill or Become, secondo me, sapientemente riproposte live, ma ciascuno avrà le sue preferite immagino. Sono canzoni innanzitutto scritte bene, con il cuore, la tecnica e la passione, il che non guasta. Ciascuno fa la sua parte. C’è il solito, cavernoso, growl di Corpsegrinder sugli scudi ovviamente. C’è la chitarra tecnica di O’Brien, autore di ottimi soli. C’è Alex Webster che, come al solito, spiega al mondo come si suona il basso, anzi, il Basso. Signori, che artista. C’è l’altro chitarrista, Rob Barrett, che anche qui fa il suo, solido e preciso come acciaio. Veniamo alla batteria, dove siede il sig. Mazurkiewicz: qui il discorso si complica. Non è scarso, ci mancherebbe, ma secondo me non è neanche il top dei batteristi brutal. Eppure, sempre secondo me, il suo livello aiuta il gruppo a scrivere canzoni vere e non sbrodolate di note come tanti altri. Ve li immaginate con Kollias? Ve lo immaginate a fare a gara a chi ce l’ha più lungo? Meglio così. Il vero valore aggiunto è dunque la batteria, insomma. Concludiamo, che è ora di cena: questo album è un ottimo album, le canzoni filano, se le facessero tutte ad un concerto nessuno piangerebbe o bestemmierebbe, possono stare vicino ai mostri sacri del gruppo senza sfigurare. Mi è piaciuta molto la produzione, in crescendo rispetto al precedente. I testi? Sinceramente non li ho letti, ma quando ti accorgi che qualcuno sta dicendo “Fire up the chainsaw” non può che andare bene. Bravi ragazzi, vi aspettiamo al prossimo!

Voto: 8

At the Gates – At War with Reality (2014)

Eredità pesante. Tenete bene a mente questo concetto ascoltando questo disco. Sì, perchè gli At the Gates, ora e sempre, avranno questo peso sulle proprie spalle. Un conto è fare dischi buoni, mediamente buoni, proseguire nel proprio percorso musicale, avere dei fan fedeli ma rimanere sempre nel limbo. Un altro conto è sfornare un capolavoro come Slaughter of the Soul e rimanere indenni a portare avanti il proprio verbo musicale. Non è facile, immagino non lo sia per nessuno. Vedi i Cynic, ad esempio, colpevoli di aver fatto uscire quel Focus. I parallelismi sostanzialmente si fermano qui: la proposta musicale è completamente differente, i personaggi coinvolti sono altri, le scene di riferimento sono diverse. Certo è che confrontarsi col passato glorioso è alquanto complicato e complesso, bisogna prima di tutto liberarsene quanto prima e cercare di andare avanti.

Gli At the Gates ci hanno provato e, almeno personalmente, ci sono riusciti. Questo AWWR è un buon disco. Non un ottimo disco, ma un buon disco. Andiamo nei dettagli, siamo qui per questo. Prima di tutto è un disco organico, dove le canzoni sono ben costruite e di rilievo, se non tutte quasi tutte. I musicisti coinvolti sono sicuramente appassionati e svolgono il proprio compito egregiamente, senza esagerare ma rimanendo ben focalizzati sull’obiettivo. Non ci sono riempitivi nè tracce troppo legate al passato. Ovviamente il brodo di coltura è il medesimo, quella scena death melodica svedese che ha forgiato varie band che, a vario titolo, sono riuscite a crearsi un pubblico fedele e sincero. Non mi sembra assolutamente un album di maniera nè troppo legato a SOTS, è semplicemente diverso. Se da un lato manca quella rabbia incontrollata e giovanile che tanto ha giovato ai nostri, c’è un maggior controllo dei mezzi a disposizione in fase compositiva.

In conclusione, un buon capitolo discografico per i Nostri, le canzoni filano praticamente tutte e la band lavora bene in fase di produzione. Menzione speciale per il Tompa, che pur avendo una certa età rimane saldo dietro al microfono. Vi aspettiamo al prossimo!

Voto: 7,5

Death – The Sound of Perseverance (1998)

Parlare di questo disco non è facile ma io ci provo. Innanzitutto questo è l’ultimo disco a nome Death: Chuck Schuldiner, mastermind, scelse all’epoca di dedicarsi ai Control Denied e poi morì il 13 Dicembre 2001. Internet è pieno di notizie sulla sua vita, è anche uscita una biografia in italiano che vi consiglio.
Questo disco può essere considerato una gemma di death metal tecnico e progressivo, visionario per l’epoca e, a mio parere, mai eguagliato. Tanti gruppi oggi si definiscono death tecnico ma davvero pochi hanno solo visto un’evoluzione del proprio suono così profonda.
Chuck Schuldiner imbraccia la sua Stealth e si mette a comporre, prendendo sicuramente tante influenze dall’heavy classico, penso ai Judas Priest in primis, omaggiati addirittura con una cover, Painkiller, posta come ultima traccia.
Come sono le canzoni? Stupende, nessuna esclusa. Abbiamo innanzitutto il riff, la frase di chitarra. Non ce lo scordiamo, il riff è la base di questa musica. Senza il riff puoi andare a vendere le scope. E qui di riff ce ne sono tanti, tutti da scoprire. Le melodie, le armonie, gli arrangiamenti, sono molto curati e mai lasciati al caso. La produzione favorisce un suono tendenzialmente crudo ma potente, quasi acido a mio avviso. Lo stesso dicasi della voce, uno scream abrasivo e d’impatto. Potete sentire, nella parte finale di Painkiller, la voce di Chuck trasformarsi da pulito a scream. E’ un passaggio da brividi, davvero. Poi c’è il tanto vituperato basso: qui c’è la prova di come si debba suonare il basso senza tante cazzate, pochi virtuosismi ma la propria mano al servizio del brano. Non scordiamoci della batteria: in formazione abbiamo Richard Christy, al tempo molto giovane ma comunque in grado di fare la differenza. Ne riparleremo con Control Denied e con il Live in LA dei Death, ovviamente. La produzione a mio avviso è ottima e soprattutto molto cristallina, niente muri di suono inudibili ma tanta chiarezza ed equilibrio. Un disco definitivo per quanto mi riguarda, che ho sempre il piacere di ritrovare anche a distanza di mesi ma che ha sempre qualcosa da dire. Valutazione di conseguenza.

Voto: 10

Dark Tranquillity – Character (2005)

Character è stato il primo disco dei Dark Tranquillity che ho comprato ed ascoltato. Al tempo non avevo una connessione decente ed anche solo leggere una recensione sul web era fantascienza. Vado a riascoltarlo regolarmente per ricordami da dove sono arrivato.
A me questo disco piace molto. La chiuderei qui e vi farei un favore ma. Non si fa. Vi devo spiegare perchè. Partiamo dall’inizio. Se parlate con un fan duro e puro della scena svedese death vi parlerà molto male dei DT: venduti, melodici, copioni, etc. Sul libro Swedish Death Metal edito da Tsunami se ne parla male o proprio non se ne parla. Io certe cose le capisco solo in parte. Va bene non essere corrotti dalle mode, va bene essere oltranzisti su tutto ma qui secondo me si eccede. I Dark Tranquillity hanno il merito di non aver cercato come qualcun altro (vedi In Flames) di copiare altri, di seguire le mode, hanno sempre fatto le loro cose senza rompere i coglioni a nessuno. Ogni tanto un membro se ne va, la fase compositiva non è nelle mani di una sola persona ma c’è un lavoro d’equipe. Questo disco vede la convincente prova compositiva di Henriksson, quello che aveva i rasta per intenderci. Si sente, eccome: è un disco chitarristico per la maggior parte, e che chitarre! Le melodie e le armonie sono ben costruite a mio avviso, richiamano in parte il passato ma senza spingersi nell’autocitazionismo. Chiaramente qui e lì si avvertono echi del passato, e ci mancherebbe. La sostanziale evoluzione è sottolineata dalle strutture e dalla costruzione sonora. Tutto serve a rendere al meglio il prodotto, un signor prodotto, che tanti altri gruppi hanno provato a copiare senza riuscirci in pieno. E poi Stanne: uno dei migliori vocalist death in circolazione, fa ciò che vuole principalmente con lo scream ma anche con il growl. I testi sono al solito livello qualitativo, non mi sento di commentarli vista la mia scarsità di risorse poetiche. Buona, ma non ottima, la produzione, a volerla dire tutta, forse risente un po’ dello sparpagliarsi del gruppo tra vari studi, pratica che oggi è parecchio in voga. E’ un disco di 12 anni fa ma secondo me, se uscisse ora, non sfigurerebbe troppo. Noi fan dai DT pretendiamo canzoni potenti e melodiche, e qui c’è tutto quello che vogliamo. Ascoltatelo.

Voto: 8