Antimatter – Leaving Eden (2007)

Premetto: questo non è un disco per tutti. E’ un disco pieno di malinconia e, sinceramente, non me la sento di consigliarvelo a cuor leggero. Fate le vostre valutazioni e poi abbandonatevi alla musica.

Perso Duncan Patterson, un passato negli Anathema, eccoci al punto cruciale: cosa fare di questa band? Mick Moss, cantante, chitarrista e compositore, ha le idee chiare e ce le dimostra in queste nove canzoni. Anche qui, fare un track-by-track sarebbe superfluo e dannoso perchè il disco va concepito come un unicum di sensazioni e umore tali per cui un ascolto spezzettato sarebbe dannoso alla fruizione. Fate conto di stare male, molto male: questo disco ve lo spiega meglio di come voi lo possiate fare a parole. In questo Mick Moss è maestro, secondo me, riuscire a convertire in musica emozioni forti e spesso poco considerate. Va da sè che se vi piacciono i Gamma Ray questo disco vi farà schifo, pietà e pena. Ci mancherebbe, è vostro diritto.

La musica proposta dal simpatico redhead britannico è un dark rock dalle tinte fosche e talvolta metalliche, complici chitarre distorte ma mai troppo. I tempi sono blandi, le liriche sono un altro punto a favore, intelligenti e ben congeniate, ben sistemate sul pentagramma, conseguenza anche di una voce personale e profonda. I musicisti coinvolti fanno il loro lavoro; vorrei sottolineare la bellezza e la linearità degli assoli chitarristici. Un altro elemento da considerare è la chitarra acustica, elemento di spicco in vari passaggi, fino a canzoni intere.

In conclusione: un album da ascoltare al buio, senza paura. Coinvolgente ed emozionante come pochi.

Voto: 8

Anaal Nathrakh – In the Constellation of the Black Widow (2009)

Un cazzo di casino. Basta così, dai, basta, davvero. E invece. Mezz’oretta di delirio, in barba alle leggi del music business. Sono due ma sembrano almeno sedici.

La musica proposta dal duo britannico è strana, ma vi basterà ascoltarla una volta per comprendere. C’è di base il black metal, alla Dark Funeral per intenderci. C’è anche del death metal, soprattutto nelle ritmiche di chitarra. C’è un’attitudine punk-vaffanculo che ci piace. Non ci sono neanche scritti i testi nel libretto e vi sfido a capire più di qualche parola. C’è anche del thrash metal, ogni tanto. C’è pure il grind-core, vicino a qualcosa dei mai troppo osannati Nasum. Insomma, detta così sembra un casino totale, non si capisce più niente, chi fa cosa e soprattutto perchè, e invece no, c’è una logica, per quanto ferale ed assassina, ma pur sempre logica. Logica nello scrivere canzoni dirette, veloci, senza fronzoli, anche accattivanti se vogliamo, se si può parlare in questi termini di tutta questa violenza sonora. Io non so chi è il batterista ma si fa un culo quadro, gli stacchi sono semplicemente spettacolari e le ritmiche sono precise e crude. Il resto è ben fuori dai canoni: ci sono anche delle voci pulite, pensa te.

Musica così sperimentale deve essere soppesata per bene, la porcheria è dietro l’angolo, e gli scaffali ne sono pieni. Invece qui abbiamo un prodotto solido, coeso, sincero ed assassino. L’ho taggato black metal per comodità ma c’è davvero tanto altro, e vi invito a scoprirlo ascolto dopo ascolto.

Voto: 8

Paradise Lost – Faith Divides Us – Death Unites Us (2009)

Avevo ascoltato qualcosa dei Paradise Lost, ma con poca attenzione. Uscito questo album, ho poi approfondito la discografia e seguito il gruppo fino ad oggi. Mi sono avvicinato a questo disco senza preconcetti, quindi senza aver ascoltato il diretto precedente.

Questo è un ottimo disco. Lo dico davvero, anche dopo 8 anni dall’uscita. Cerchiamo di spiegare meglio: canzoni, sound, composizione, voce. Tutto è ben fatto e, soprattutto, tutto è fatto con il cuore e la passione. La band ha parecchia esperienza, ha vissuto un passato glorioso e ha scritto pagine di questo genere, eccoli dunque alla prova del 9. Innanzitutto colpisce la voce di Holmes (seguitelo su Twitter assolutamente). Un vocalist di spessore, ultimamente un po’ in difficoltà nei live ma su disco emerge la professionalità ed il carisma: riesce a cambiare timbro a seconda della canzone che ha tra le mani e regala sfumature differenti ai vari passaggi musicali. Sfiora il growl ad esempio in Frailty, accompagnando le chitarre terremotanti, si ammorbidisce nella title-track ed in altri momenti. Questo non è poco e non è da tutti, uno strumento al servizio del brano.

Colpiscono le chitarre: possiamo dire che, tecnicamente parlando, è un album molto semplice da eseguire, non ci sono virtuosismi. Io stesso potrei mettermi lì e suonarlo dalla prima all’ultima nota, pur non essendo Petrucci. Eppure. Eppure le linee sonore sono sempre intelleggibili e convincenti, dall’inizio alla fine, senza risultare ostiche, i numerosi assoli sparsi qua e là sono la prova di come si possa fare musica originale senza strafare negli arrangiamenti. La formula dei 4/5 accordi è vincente, vedi il ritornello della title-track: niente di più facile, eppure dannatamente efficace. Le chitarre a 7 corde danno una profondità maggiore alle composizioni, insomma un buon utilizzo di questo strumento oggi inflazionato soprattutto fra i ragazzini del -core. Non abbiamo parlato del basso: qui c’è un uso sapiente dello strumento. Sei Steve DiGiorgio? No? Allora stai buono e fai il tuo compito senza creare altri problemi. Il basso serve a dare profondità alle chitarre, non a farsi i cazzi suoi, chiariamo questo concetto. Sezione ritmica promossa con lode.

Serve altro? Non mi sembra. Io, se fossi in voi, lo ascolterei.

Voto: 8