Six Feet Under @ Live With Full Force (Full Concert)

E’ il momento di qualcosa di nuovo: le recensioni ai video YouTube!

Sì, perchè nella mia esperienza alcuni video sono significativi quanto i dischi, e questo video è uno di questi. Innanzitutto: i Six Feet Under non sono tra i miei gruppi preferiti, proprio per niente. Questo video mi ha fatto ricredere e lo riguardo ogni tanto, così, per divertimento. Sì, perchè il death metal, soprattutto certo death metal, è soprattutto divertimento. Questo video ne è la conferma: il gruppo si diverte, il pubblico si diverte, tutto a posto insomma. Forti di una scaletta importante, i quattro ragazzi inanellano una serie di canzoni di un certo spessore per un 40 minuti di ottimo livello. Si vede che il gruppo è ben organizzato, non ci sono vuoti nè riempitivi. Le canzoni sono quanto di più ignorante ci possa essere nel death metal: i riff sono scontati e banalissimi eppure dannatamente efficaci. Audio buono e soprattutto buona presenza scenica del frontman, il signor Barnes, ex vocalist dei ben più tecnici Cannibal Corpse. Qui tutto è in funzione del divertimento, come premettevo, e ce ne accorgiamo durante le inquadrature della folla: tutti saltano, esaltati, urlano, rispondono alle provocazioni (“Scream motherfucker!”), un delirio insomma. Uno di quei concerti a cui avrei voluto partecipare.

Un video da tramandare ai posteri, per far capire di cosa stiamo parlando quando parliamo di death metal, per parafrasare il buon Carver. Questa è proprio la base.

Voto: 8

Cannibal Corpse – A Skeletal Domain (2014)

Scrivi Cannibal Corpse e leggi sicurezza. Mi sono accostato al quintetto di Buffalo piuttosto tardi, solo recentemente, prima non li ho mai apprezzati in pieno, e sinceramente non so spiegarmi il perchè. Alla fine sono uno dei 3/4 gruppi più importanti del genere, impossibile negarlo. Hanno venduto parecchi dischi, avevano toccato i due milioni complessivi qualche anno fa; qualche sconvolgimento in line-up (vedi il cambio di cantante tra Barnes e Giorgino Corpsegrinder), una serie di dischi considerati classici del genere, insomma, tutto questo per godersi la sana pensione bevendo birra in lattina nel portico di casa. E invece no. Lasciate perdere tutto, si continua a suonare. Si continuano a scrivere canzoni e soprattutto si va in tour, estenuanti tour di cento date in tutto il mondo. Su Setlist sono quasi a quota 2000 concerti in quasi 30 anni di attività, è un numero enorme. Si potrebbe anche giocare col fattore nostalgia, fare sempre le solite canzoni, rimasterizzare i primi album, tour di glorificazione, reunion, ospitate in televisione, cose così. E invece no 2. Noi siamo i Cannibal Corpse e portiamo avanti il nostro Verbo indefessamente.

Ma veniamo a noi. Il platter in questione è composto da 12 tracce, più o meno tutte di ottimo livello. Emergono Sadistic Embodiment e Kill or Become, secondo me, sapientemente riproposte live, ma ciascuno avrà le sue preferite immagino. Sono canzoni innanzitutto scritte bene, con il cuore, la tecnica e la passione, il che non guasta. Ciascuno fa la sua parte. C’è il solito, cavernoso, growl di Corpsegrinder sugli scudi ovviamente. C’è la chitarra tecnica di O’Brien, autore di ottimi soli. C’è Alex Webster che, come al solito, spiega al mondo come si suona il basso, anzi, il Basso. Signori, che artista. C’è l’altro chitarrista, Rob Barrett, che anche qui fa il suo, solido e preciso come acciaio. Veniamo alla batteria, dove siede il sig. Mazurkiewicz: qui il discorso si complica. Non è scarso, ci mancherebbe, ma secondo me non è neanche il top dei batteristi brutal. Eppure, sempre secondo me, il suo livello aiuta il gruppo a scrivere canzoni vere e non sbrodolate di note come tanti altri. Ve li immaginate con Kollias? Ve lo immaginate a fare a gara a chi ce l’ha più lungo? Meglio così. Il vero valore aggiunto è dunque la batteria, insomma. Concludiamo, che è ora di cena: questo album è un ottimo album, le canzoni filano, se le facessero tutte ad un concerto nessuno piangerebbe o bestemmierebbe, possono stare vicino ai mostri sacri del gruppo senza sfigurare. Mi è piaciuta molto la produzione, in crescendo rispetto al precedente. I testi? Sinceramente non li ho letti, ma quando ti accorgi che qualcuno sta dicendo “Fire up the chainsaw” non può che andare bene. Bravi ragazzi, vi aspettiamo al prossimo!

Voto: 8

Nile – Annihilation of the Wicked (2005)

Mi ricordo bene quando ho comprato questo disco. L’ho comprato a Milano quando uscì, ormai 12 anni fa. Fu un incontro fortuito e mi aprì nuovi orizzonti musicali. Prima dei Nile non avevo mai ascoltato brutal death, fu un’ulteriore dose di violenza per le mie povere orecchie. Ma passiamo alla recensione vera e propria: praticamente i Nile in questo disco fanno ciò che vogliono e ciò che riesce meglio ai quattro (o tre o cinque) ragazzi statunitensi. Le partiture degli strumenti sono pressochè impossibili da reggere per un musicista medio, sicuramente la batteria ne è l’esempio più fulgido ma anche le corde sono messe a dura prova. I riff si susseguono vorticosamente, le armonie ricercatissime sono facilmente memorizzabili e non si ripetono mai all’interno del disco. La velocità è sicuramente il comune denominatore delle tracce, ma c’è anche una buona dose di rallentamenti che, se da un lato facilita l’ascolto, dall’altro aumenta la pesantezza delle composizioni. I brani sono di due tipi: le sfuriate da 4 minuti e le suite da 8-9 minuti. I Nile riescono bene in entrambi i versanti e quando riescono a mischiarli abbiamo raggiunto il massimo possibile. Definire questo disco come tecnico è poco, secondo me. Qui c’è una ricerca sonora che va oltre il tecnicismo fine a se stesso, tutto è cesellato a puntino per far soffrire l’ascoltatore, ma anche godere. Le soluzioni proposte dal gruppo sono tante e tutte valide. Pensiamo anche solo alle voci utilizzate: c’è il buon Dallas con il suo growl molto personale ma anche abbastanza canonico e poi c’è Karl Sanders, con una specie di mummia che sprigiona versetti maleodoranti e catacombali.

Trovo che questo disco sia il più completo del gruppo, magari con meno hit (se di hit si può parlare nel brutal death metal) rispetto al precedente ma sicuramente su un ottimo livello complessivo. Non ci sono cali di tensione neanche nelle tracce più lunghe, e questo è un fatto. Pochi gruppi, soprattutto nel campo estremo, possono creare un lotto di canzoni così valide e non rimanerne paralizzati. Solo i migliori, penso ad esempio agli Immolation o ai nostrani Hour of Penance. Buoni anche i testi: si tratta in sostanza di lunghe maledizioni e litanie influenzate dal mondo dell’antico Egitto, vera passione per Sanders. Nota a parte, nel disco sono comprese brevi descrizioni track-by-track scritte dallo stesso Sanders sulle fasi di composizione o ispirazione di ciascun brano.

In definitiva un ottimo disco, buona la produzione e superba prestazione dei membri del gruppo. Solo per i palati più esigenti, ovviamente.

Voto: 8

Soen – Lykaia (2017)

Proseguiamo il nostro cammino su territori non propriamente estremi, anzi. I Soen sono considerati da molti un supergruppo per via del batterista, Martin Lopez, ex-Opeth, e Steve DiGiorgio, peso massimo del basso metallico. Ora, la connotazione supergruppo fa storcere il naso a molti e mi trovate d’accordo, ma qui è un caso diverso. Steve DiGiorgio lascia il gruppo dopo poco e la formazione pare stabile finora. Ho avuto il piacere di vederli live di spalla ai Paradise Lost nel lontano 2012 e mi hanno fatto una buona impressione, soprattutto a livello vocale e melodico. Questo disco, il terzo, a mio parere li conferma come una voce tendenzialmente piacevole del fare musica progressiva. Siamo distanti da, ad esempio, i Dream Theater, qui c’è una vena più hard rock, sottolineata da tante linee chitarristiche figlie di Gilmour dei Pink Floyd. Molti hanno sottolineato le similarità stilistiche con Tool e Opeth, due gruppi che io fondamentalmente conosco poco. Sinceramente mi interessa anche poco se mi trovo di fronte ad un prodotto di qualità. Le canzoni sono praticamente tutte di buon livello, non è un disco strettamente emotivo e sicuramente lontano dai Katatonia degli ultimi periodi. Non sto a fare un track-by-track che è noioso e scontato, vi consiglio di ascoltare questo disco nella sua interezza, ascoltatelo più volte come ho fatto io, non ve ne pentirete. Pare inoltre sia stato registrato completamente in analogico e qualcosina si sente, soprattutto per quanto riguarda la chitarra, penso la parte più importante del sound-Soen. Voglio anche sottolineare la buona impressione che mi ha fatto la voce, con linee vocali mai scontate e mai pretenziose. Un disco senza fillers, da godersi d’un fiato, spero resista alla prova del tempo.

Voto: 7,5

Death – The Sound of Perseverance (1998)

Parlare di questo disco non è facile ma io ci provo. Innanzitutto questo è l’ultimo disco a nome Death: Chuck Schuldiner, mastermind, scelse all’epoca di dedicarsi ai Control Denied e poi morì il 13 Dicembre 2001. Internet è pieno di notizie sulla sua vita, è anche uscita una biografia in italiano che vi consiglio.
Questo disco può essere considerato una gemma di death metal tecnico e progressivo, visionario per l’epoca e, a mio parere, mai eguagliato. Tanti gruppi oggi si definiscono death tecnico ma davvero pochi hanno solo visto un’evoluzione del proprio suono così profonda.
Chuck Schuldiner imbraccia la sua Stealth e si mette a comporre, prendendo sicuramente tante influenze dall’heavy classico, penso ai Judas Priest in primis, omaggiati addirittura con una cover, Painkiller, posta come ultima traccia.
Come sono le canzoni? Stupende, nessuna esclusa. Abbiamo innanzitutto il riff, la frase di chitarra. Non ce lo scordiamo, il riff è la base di questa musica. Senza il riff puoi andare a vendere le scope. E qui di riff ce ne sono tanti, tutti da scoprire. Le melodie, le armonie, gli arrangiamenti, sono molto curati e mai lasciati al caso. La produzione favorisce un suono tendenzialmente crudo ma potente, quasi acido a mio avviso. Lo stesso dicasi della voce, uno scream abrasivo e d’impatto. Potete sentire, nella parte finale di Painkiller, la voce di Chuck trasformarsi da pulito a scream. E’ un passaggio da brividi, davvero. Poi c’è il tanto vituperato basso: qui c’è la prova di come si debba suonare il basso senza tante cazzate, pochi virtuosismi ma la propria mano al servizio del brano. Non scordiamoci della batteria: in formazione abbiamo Richard Christy, al tempo molto giovane ma comunque in grado di fare la differenza. Ne riparleremo con Control Denied e con il Live in LA dei Death, ovviamente. La produzione a mio avviso è ottima e soprattutto molto cristallina, niente muri di suono inudibili ma tanta chiarezza ed equilibrio. Un disco definitivo per quanto mi riguarda, che ho sempre il piacere di ritrovare anche a distanza di mesi ma che ha sempre qualcosa da dire. Valutazione di conseguenza.

Voto: 10